Madre, tu il sai, rispose alto gemendo
il piè-veloce eroe. Ridir che giova
tutto il già conto? Nella sacra sede
d'Eezïon ne gimmo; la cittade
ponemmo a sacco, e tutta a questo campo
fu condotta la preda. In giuste parti
la diviser gli Achivi, e la leggiadra
Crisëide fu scelta al primo Atride.
Crise d'Apollo sacerdote allora
con l'infula del nume e l'aureo scettro
venne alle navi a riscattar la figlia.
Molti doni offerì, molte agli Achivi
porse preghiere, ed agli Atridi in prima.
Invan; ché preghi e doni e sacerdote
e degli Achei l'assenso ebbe in dispregio
Agamennón, che minaccioso e duro
quel misero cacciò dal suo cospetto.
Partì sdegnato il veglio; e Apollo, a cui
diletto capo egli era, il suo lamento
esaudì dall'Olimpo, e contra i Greci
pestiferi vibrò dardi mortali.
Perìa la gente a torme, e d'ogni parte
sibilanti del Dio pel campo tutto
posto le avea. Nella costei sembianza
la Dea le scosse la nettarea veste,
e, Vieni, le dicea, vieni; ti chiama
Alessandro che già negli odorati
talami stassi, e su i trapunti letti
tutto risplende di beltà divina
in sì gaio vestir, che lo diresti
ritornarsi non già dalla battaglia,
ma invïarsi alla danza, o dalla danza
riposarsi. Sì disse, e il cor nel seno
le commosse. Ma quando all'incarnato
del bellissimo collo, e all'amoroso
petto, e degli occhi al tremolo baleno
riconobbe la Dea, coglier sentissi
di sacro orrore, e ritrovate alfine
le parole, sclamò: Trista! e che sono
queste malizie? Ad alcun'altra forse
di Meonia o di Frigia alta cittade
vuoi tu condurmi affascinata in braccio
d'alcun altro tuo caro? Ed or che vinto
il suo rival, me d'odio carca a Sparta
e perdonata Menelao radduce,
sei tu venuta con novelli inganni
ad impedirlo? E ché non vai tu stessa
e goderti quel vile? Obblìa per lui
l'eterea sede, né calcar più mai
dell'Olimpo le vie: statti al suo fianco,
soffri fedele ogni martello, e il cova
finché t'alzi all'onor di moglie o ancella;
ch'io tornar non vo' certo (e fôra indegno)
a sprimacciar di quel codardo il letto,
argomento di scherno alle troiane
spose, e a me stessa d'infinito affanno.
E irata a lei la Dea: Non irritarmi,
sciagurata! non far ch'io t'abbandoni
nel mio disdegno, e tanto io sia costretta
ad abborrirti alfin quanto t'amai;
e t'amai certo a dismisura. Or io
negli argolici petti e ne' troiani
metterò, se mi tenti, odii sì fieri,
che di mal fato perirai tu pure.
L'alma figlia di Leda a questo dire
tremò, si chiuse nel suo bianco velo,
e cheta cheta in via si pose, a tutte
le Troadi celata, e precorreva
a' suoi passi la Dea. Poiché venute
fur d'Alessandro alle splendenti soglie,
corser di qua di là le scaltre ancelle
ai donneschi lavori, ed ella intanto
bellissima saliva e taciturna
ai talami sublimi. Ivi l'amica
del riso Citerea le trasse innanzi
di propria mano un seggio, e di rimpetto
ad Alessandro il collocò. S'assise
la bella donna, e con amari accenti,
garrì, senza mirarlo, il suo marito:
E così riedi dalla pugna? Oh fossi
colà rimasto per le mani anciso
di quel gagliardo un dì mio sposo! E pure
e di lancia e di spada e di fortezza
ti vantasti più volte esser migliore.
Fa cor dunque, va, sfida il forte Atride
alla seconda singolar tenzone.
Ma t'esorto, meschino, a ti star queto,
né nuovo ritentar d'armi periglio
col tuo rivale, se la vita hai cara.
Non mi ferir con aspri detti, o donna,
le rispose Alessandro. Fu Minerva
che vincitor fe' Menelao, sol essa.
Ma lui del pari vincerò pur io,
ch'io pure al fianco ho qualche Diva. Or via
pace, o cara, e ne sia pegno un amplesso
su queste piume; ché giammai sì forte
per te le vene non scaldommi Amore,
quel dì né pur che su veloci antenne
io ti rapìa di Sparta, e tuo consorte
nell'isola Crenea ti giacqui in braccio.
No, non t'amai quel dì quant'ora, e quanto
di te m'invoglia il cor dolce desìo.
Disse; ed al letto s'avvïaro, ei primo,
ella seconda; e l'un dell'altro in grembo
su i mollissimi strati si confuse.
Come irato lïon l'Atride intanto
di qua di là si ravvolgea cercando
il leggiadro rival; né lui fra tanta
turba di Teucri e d'alleati alcuno
significar sapea, né lo sapendo
l'avrìa di certo per amor celato;
ché come il negro ceffo della morte
abborrito da tutti era costui.
Fattosi innanzi allora Agamennóne,
Teucri, Dardani, ei disse, e voi di Troia
alleati, m'udite. Vincitore
fu, lo vedeste, Menelao. Voi dunque
Elena ne rendete, e tutta insieme
la sua ricchezza, e d'un'ammenda inoltre
ne rintegrate che convegna, e tale
che memoria ne passi anco ai nepoti.
Disse; e tutto gli plause il campo acheo.

beon l'onde sacre, e quei che di Lilèa
domano i gioghi alle cefisie fonti.
Son quaranta le prore al mar fidate
da questi prodi, e tutte in ordinanza
de' Beozî disposte al manco lato.
Di Locride guidava i valorosi
Aiace d'Oïlèo, veloce al corso.
Di tutta la persona egli è minore
del Telamonio, né minor di poco;
ma picciolo quantunque e non coperto
che di lino torace, ei tutti avanza
e Greci e Achivi nel vibrar dell'asta.
Di Cino, di Callïaro e d'Opunte
lo seguono i deletti, e quei di Bessa,
e quei che i colti dell'amena Augèe
e di Scarfe lasciâr, misti di Tarfa
ai duri agresti, e quei di Tronio a cui
il Boagrio torrente i campi allaga.
Venti e venti il seguìan preste carene
della locrese gioventù venuta
di là dai fini della sacra Eubèa.
Ma gl'incoli d'Eubèa gli arditi Abanti,
Eretrïensi, Calcidensi, e quelli
dell'aprica vitifera Istïea,
e di Cerinto e in una i marinari,
e i montanari dell'alpestre Dio,
e quei di Stira e di Caristo han duce
il bellicoso Elefenòr, figliuolo
di Calcodonte, e sir de' prodi Abanti.
Snellissimi di piè portan costoro
fiocchi di chiome su la nuca, egregi
combattitori, a maraviglia sperti
nell'abbassar la lancia, e sul nemico
petto smagliati fracassar gli usberghi.
E quaranta di questi eran le vele.
Della splendida Atene ecco gli eroi,
popolo del magnanimo Erettèo
cui l'alma terra partorì. Nudrillo
ed in Atene il collocò Minerva
alla sant'ombra de' suoi pingui altari,
ove l'attica gente a statuito
giro di soli con agnelli e tauri
placa la Diva. Guidator di questi
era il Petìde Menestèo. Non vede
pari il mondo a costui nella scïenza
di squadronar cavalli e fanti. Il solo
Nestor l'eguaglia, perché d'anni il vince.
Cinquanta navi ha seco. Unîrsi a queste
sei altre e sei di Salamina uscite,
al Telamonio Aiace obbedienti.
Seguìa l'eletta de' guerrier, cui d'Argo
mandava la pianura e la superba
d'ardue mura Tirinto e le di cupo
golfo custodi Ermïone ed Asìne.
Con essi di Trezene e della lieta
di pampini Epidauro e d'Eïone
venìa la squadra; e dopo questa un fiero
di giovani drappello che d'Egina
lasciò gli scogli e di Masete. A questi
tre sono i duci, il marzio Dïomede,
Stènelo dell'altero Capanèo
diletta prole, e il somigliante a nume
Eurïalo figliuol di Mecistèo
Talaionide. Ma del corpo tutto
condottiero supremo è Dïomede.
E sono ottanta di costor le antenne.
Ma ben cento son quelle a cui comanda
il regnatore Agamennóne Atride.
Sua seguace è la gente che gl'invìa
la regale Micene e l'opulenta
Corinto, e quella della ben costrutta
Cleone e quella che d'Ornee discende,
e dall'amena Aretirèa. Né scarsa
fu de' suoi Sicïon, seggio primiero
d'Adrasto. Anco Iperesia, anco l'eccelsa
Gonoessa e Pellene ed Egio e tutte
le marittime prode, e tutta intorno
d'Elice la campagna impoverîrsi
d'abitatori. E questa truppa è fiore
di gagliardi, e la più di quante allora
schierârsi in campo. D'arme rilucenti
iva il duce vestito, ed esultava
in suo segreto del vedersi il primo
fra tanti eroi; e veramente egli era
il maggior di que' regi, e conducea
il maggior nerbo delle forze achive.
Il concavo di balze incoronato
lacedemonio suol Sparta e Brisèe,
e Fari e Messa di colombe altrice,
e Augìe la lieta e l'amiclèa contrada,
Etila ed Elo al mar giacente e Laa,
queste tutte spedîr sovra sessanta
prore i lor figli; e Menelao li guida
aïtante guerrier. Disgiunta ei tiene
dalla fraterna la sua schiera, e forte
del suo proprio valor la sprona all'armi,
di vendicar su i Teucri impazïente
l'onta e i sospir della rapita Elèna.
Di novanta navigli capitano
veniva il veglio cavalier Nestorre.
o poca d'armi maestrìa ti tolga
delle dardanie mura la conquista.
Saggio vegliardo, gli rispose Atride,
in tutti della guerra i parlamenti
nanzi a tutti tu vai. Piacesse a Giove,
a Minerva piacesse e al santo Apollo,
ch'altri dieci io m'avessi infra gli Achei
a te pari in consiglio; ed atterrata
cadrìa ben tosto la città troiana.
Ma me l'Egìoco Giove in alti affanni
sommerse, e incauto mi sospinse in vane
gare e contese. Di parole avemmo
gran lite Achille ed io d'una fanciulla,
ed io fui primo all'ira. Ma se fia
che in amistà si torni, un sol momento
non tarderà di Troia il danno estremo.
Or via, di cibo a ristorar le forze
itene tutti per la pugna. Ognuno
l'asta raffili, ognun lo scudo assetti,
di copioso alimento ognun governi
i corridor veloci, e diligente
visiti il cocchio, e mediti il conflitto;
onde questo sia giorno di battaglia
tutto e di sangue, e senza posa alcuna,
finché la notte non estingua l'ire
de' combattenti. Di guerrier sudore
bagnerassi la soga dello scudo
sui caldi petti, verrà manco il pugno
sovra il calce dell'asta, e destrier molli
trarranno il cocchio con infranta lena.
Qualunque io poscia scorgerò che lungi
dalla pugna si resti appo le navi
neghittoso, non fia chi salvo il mandi
dalla fame de' cani e degli augelli.
Così disse, e al finir di sue parole
mandâr gli Achivi un altissimo grido
somigliante al muggir d'onda spezzata
all'alto lido ove il soffiar la caccia
di furioso Noto incontro ai fianchi
di prominente scoglio, flagellato
da tutti i venti e da perpetue spume.
Si levâr frettolosi, si dispersero
per le navi, destâr per tutto il lido
globi di fumo, ed imbandîr le mense.
Chi a questo dio sacrifica, chi a quello,
al suo ciascun si raccomanda, e il prega
di camparlo da morte nella pugna.
Ma il re de' prodi Agamennóne un pingue
toro quinquenne al più possente nume
sagrifica, e convita i più prestanti:
Nestore primamente e Idomenèo,
quindi entrambi gli Aiaci, e di Tidèo
l'inclito figlio, e sesto il divo Ulisse.
Spontaneo venne Menelao, cui noto
era il travaglio del fratello. E questi
fêr di sé stessi una corona intorno
alla vittima, e preso il salso farro
nel mezzo Agamennóne orando disse:
Glorioso de' nembi adunatore
Massimo Giove abitator dell'etra,
pria che il sole tramonti e l'aria imbruni,
fa che fumanti al suol di Priamo io getti
gli alti palagi, e d'ostil fiamma avvampi
le regie porte; fa che la mia lancia
squarci l'usbergo dell'ettòreo petto,
e che dintorno a lui molti suoi fidi
boccon distesi mordano la polve.
Disse; ed il nume l'olocausto accolse,
ma non il voto, e a lui più lutto ancora
preparando venìa. Finito il prego
e sparso il farro, ed incurvato all'ara
della vittima il collo, la scannaro,
la discuoiaro, ne squartâr le cosce,
le rivestîr di doppio zirbo, e sopra
poservi i crudi brani. Indi la fiamma
d'aride schegge alimentando, a quella
cocean gli entragni nello spiedo infissi.
Adusti i fianchi, e fatto delle sacre
viscere il saggio, lo restante in pezzi
negli schidon confissero, ed acconcia-
-mente arrostito ne levaro il tutto.
Finita l'opra, apparecchiâr le mense,
e a suo talento vivandò ciascuno.
Di cibo sazi e di bevanda, prese
a così dire il cavalier Nestorre:
Re delle genti glorioso Atride
Agamennón, si tolga ogni dimora
all'impresa che in pugno il Dio ne pone.
Degli araldi la voce alla rassegna
chiami sul lido i loricati Achei,
e noi scorriamo le raccolte squadre,
e di Marte destiam l'ira e il desìo.
Assentì pronto il sire, ed al suo cenno
l'acuto grido degli araldi diede
della pugna agli Achivi il fiero invito.
Corsero quelli frettolosi; e i regi
di Giove alunni, che seguìan l'Atride,
li ponean ratti in ordinanza. Errava
Minerva in mezzo, e le splendea sul petto
incorrotta, immortal la prezïosa
sopraccigli inchinò. Su l'immortale
capo del sire le divine chiome
ondeggiaro, e tremonne il vasto Olimpo.
Così fermo l'affar si dipartiro.
Teti dal ciel spiccò nel mare un salto;
Giove alla reggia s'avviò. Rizzârsi
tutti ad un tempo da' lor troni i numi
verso il gran padre, né veruno ardissi
aspettarne il venir fermo al suo seggio,
ma mosser tutti ad incontrarlo. Ei grave
si compose sul trono. E già sapea
Giuno il fatto del Dio; ch'ella veduto
in segreti consigli avea con esso
la figlia di Nerèo, Teti la diva
dal bianco piede. Con parole acerbe
così dunque l'assalse: E qual de' numi
tenne or teco consulta, o ingannatore?
Sempre t'è caro da me scevro ordire
tenebrosi disegni, né ti piacque
mai farmi manifesto un tuo pensiero.
E degli uomini il padre e degli Dei
le rispose: Giunon, tutto che penso
non sperar di saperlo. Ardua ten fôra
l'intelligenza, benché moglie a Giove.
Ben qualunque dir cosa si convegna,
nullo, prima di te, mortale o Dio
la si saprà. Ma quel che lungi io voglio
dai Celesti ordinar nel mio segreto,
non dimandarlo né scrutarlo, e cessa.
Acerbissimo Giove, e che dicesti?
Riprese allor la maestosa il guardo
veneranda Giunon: gran tempo è pure
che da te nulla cerco e nulla chieggo,
e tu tranquillo adempi ogni tuo senno.
Or grave un dubbio mi molesta il core,
che Teti, del marin vecchio la figlia,
non ti seduca; ch'io la vidi, io stessa,
sul mattino arrivar, sederti accanto,
abbracciarti i ginocchi; e certo a lei
di molti Achivi tu giurasti il danno
appo le navi, per onor d'Achille.
E a rincontro il signor delle tempeste:
Sempre sospetti, né celarmi io posso,
spirto maligno, agli occhi tuoi. Ma indarno
la tua cura uscirà, ch'anzi più sempre
tu mi costringi a disamarti, e questo
a peggio ti verrà. S'al ver t'apponi,
che al ver t'apponga ho caro. Or siedi, e taci,
e m'obbedisci; ché giovarti invano
potrìan quanti in Olimpo a tua difesa
accorresser Celesti, allor che poste
le invitte mani nelle chiome io t'abbia.
Disse; e chinò la veneranda Giuno
i suoi grand'occhi paurosa e muta,
e in cor premendo il suo livor s'assise.
Di Giove in tutta la magion le fronti
si contristâr de' numi, e in mezzo a loro
gratificando alla diletta madre
Vulcan l'inclito fabbro a dir sì prese:
Una malvagia intolleranda cosa
questa al certo sarà, se voi cotanto,
de' mortali a cagion, piato movete,
e suscitate fra gli Dei tumulto.
De' banchetti la gioia ecco sbandita,
se la vince il peggior. Madre, t'esorto,
benché saggia per te; vinci di Giove,
vinci del padre coll'ossequio l'ira,
onde a lite non torni, e del convito
ne conturbi il piacer; ch'egli ne puote,
del fulmine signore e dell'Olimpo,
dai nostri seggi rovesciar, se il voglia;
perocché sua possanza a tutte è sopra.
Or tu con care parolette il molci,
e tosto il placherai. - Surse, ciò detto,
ed all'amata genitrice un tondo
gemino nappo fra le mani ei pose,
bisbigliando all'orecchio: O madre mia,
benché mesta a ragion, sopporta in pace,
onde te con quest'occhi io qui non vegga,
te, che cara mi sei, forte battuta;
ché allor nessuna con dolor mio sommo
darti aìta io potrei. Duro egli è troppo
cozzar con Giove. Altra fiata, il sai,
volli in tuo scampo venturarmi. Il crudo
afferrommi d'un piede, e mi scagliò
dalle soglie celesti. Un giorno intero
rovinai per l'immenso, e rifinito
in Lenno caddi col cader del sole,
dalli Sinzii raccolto a me pietosi.
Disse; e la Diva dalle bianche braccia
rise, e in quel riso dalla man del figlio
prese il nappo. Ed ei poscia agli altri Eterni,
incominciando a destra, e dal cratere
il nèttare attignendo, a tutti in giro
lo mescea. Suscitossi infra' Beati
immenso riso nel veder Vulcano
per la sala aggirarsi affaccendato
in quell'opra. Così, fino al tramonto,
tutto il dì convitossi, ed egualmente
del banchetto ogni Dio partecipava.
lungo il fiume a dormir. Stringean frattanto
d'assedio la cittade i forti Elèi
d'espugnarla bramosi. Ma di Marte
ebber tosto davanti una grand'opra.
Brillò sul volto della terra il sole,
e noi Minerva supplicando e Giove
appiccammo la zuffa. Aspro fu il cozzo
delle due genti, ed io primiero uccisi
(e i corsieri gli tolsi) il bellicoso
Mulio, gener d'Augìa, del quale in moglie
la maggior figlia possedea, la bionda
Agamède, cui nota era, di quante
l'almo sen della terra erbe produce,
la medica virtù. Questo io trafissi
coll'asta, e lo distesi, e, dell'ucciso
salito il cocchio, mi cacciai tra' primi.
Visto il duce cader de' cavalieri
che gli altri tutti di valor vincea,
si sgomentaro i generosi Elèi,
e fuggîr d'ogni parte. Io come turbo
mi serrai loro addosso, e di cinquanta
carri fei preda, e intorno a ciascheduno
mordean la polve dal mio ferro ancisi
due combattenti. E messi a morte avrei
gli Attòridi pur anco, i due medesmi
Molïoni, se fuor della battaglia
non li traea, coprendoli di nebbia,
il gran rege Nettunno. Al nostro ardire
alta vittoria allor Giove concesse.
Perocché per lo campo, tutto sparso
di scudi e di cadaveri, tant'oltre
gl'inseguimmo uccidendo, e raccogliendo
le bell'armi nemiche, che spingemmo
fino ai buprasii solchi i corridori,
fin all'olenio sasso, ed alla riva
d'Alèsio, al luogo che Calon si noma.
Qui fêr alto per cenno di Minerva
i vincitori, e qui l'estremo io spensi.
Da Buprasio frattanto i nostri prodi
riconduceano a Pilo i polverosi
carri, e dar laude si sentìa da tutti
a Giove in cielo, ed a Nestorre in terra.
Tal nelle pugne apparve il valor mio.
Ma del valor d'Achille il solo Achille
godrassi, e quando consumati ahi! tutti
vedrà gli Achivi, piangerà, ma indarno.
Caro Patròclo, nel pensier richiama
di Menèzio i precetti, onde il buon veglio
t'accompagnava il giorno che da Ftia
ti spediva all'Atride Agamennóne.
Fummo presenti, e gli ascoltammo interi
il divo Ulisse ed io Nestorre, entrambi
al regal tetto di Pelèo venuti
a far eletta di guerrieri achei.
Ivi l'eroe Menèzio e te vedemmo
d'Achille al fianco. Il cavalier Pelèo,
venerando vegliardo, entro il cortile
al fulminante Giove ardea le pingui
cosce d'un tauro, e sull'ardenti fibre
negro vino da nappo aureo versava.
Voi vi stavate preparando entrambi
le sacre carni, e noi giungemmo in quella
sul limitar. Stupì, levossi Achille,
per man ne prese, e n'introdusse, in seggio
ne collocò, ne pose innanzi i doni
che il santo dritto dell'ospizio chiede.
Ristorati di cibo e di bevanda,
io parlai primamente, e v'esortava
l'uno e l'altro a seguirne; e il bramavate
voi fortemente. E quai de' due canuti
fûro allora i conforti? Al figlio Achille
raccomandò Pelèo l'oprar mai sempre
da prode, e a tutti di valor star sopra.
Ma volto a te l'Attòride Menèzio,
Figlio, il vecchio dicea, ti vince Achille
di sangue, e tu lui d'anni; egli di forza,
tu di consiglio. Con prudenti avvisi
dunque il governa e l'ammonisci, e all'uopo
t'obbedirà. Tal era il suo precetto;
tu l'obblïasti. Or via, l'adempi adesso,
parla all'amico bellicoso, e tenta
süaderlo. Chi sa? Qualche buon Dio
animerà le tue parole, e l'alma
toccherà di quel fiero. Al cor va sempre
l'ammonimento d'un diletto amico.
Ché s'ei paventa in suo segreto un qualche
vaticinio, se alcuno a lui da Giove
la madre ne recò, te mandi almeno
co' Mirmidóni a confortar gli Achivi
nella battaglia, e l'armi sue ti ceda.
Forse ingannati dall'aspetto i Teucri
ti crederan lui stesso, e fuggiranno,
e gli egri Achei respireranno: è spesso
di gran momento in guerra un sol respiro.
E voi freschi guerrieri agevolmente
respingerete lo stanco nemico
dalle tende e dal mare alla cittade.
Sì disse il saggio, e tutto si commosse
il cor nel petto di Patròclo. Ei corse
lungo il lido ad Achille, e giunto all'alta
il bellicoso Macaon, ferendo
l'illustre duce all'omero diritto
con trisulca saetta. Di quel colpo
tremâr gli Achivi, e si scorâr, temendo
che, inclinata di Marte la fortuna,
non vi restasse il buon guerriero ucciso.
Onde a Nestore vòlto Idomenèo:
Eroe Nelìde, ei disse, alto splendore
degli Achivi, t'affretta, il carro ascendi
e Macaone vi raccogli, e ratto
sferza i cavalli al mar, salva quel prode,
ch'egli val molte vite, e non ha pari
nel cavar dardi dalle piaghe, e spargerle
di balsamiche stille. - A questo dire
montò l'antico cavaliero il cocchio
subitamente, vi raccolse il figlio
d'Esculapio divin medicatore,
sferzò i destrieri, e quei volaro al lido
volonterosi e dal desìo chiamati.
Vide in questa de' Teucri lo scompiglio
Cebrïon che d'Ettorre al fianco stava,
e rivolto a quel duce: Ettorre, ei disse,
noi di Dànai qui stiamo a far macello
nel corno estremo dell'orrenda mischia,
e gli altri Teucri intanto in fuga vanno
cavalli e battaglier cacciati e rotti
dal Telamònio Aiace: io ben lo scerno
all'ampio scudo che gli copre il petto.
Drizziamo il carro a quella volta, ch'ivi
più feroce de' fanti e cavalieri
è la zuffa, e più forti odo le grida.
Così dicendo, col flagel sonoro
i ben chiomati corridor percosse,
che sentita la sferza a tutto corso
fra i Troiani e gli Achei traean la biga,
cadaveri pestando ed elmi e scudi.
Era tutto di sangue orrido e lordo
l'asse di sotto e l'àmbito del cocchio,
cui l'ugna de' corsieri e la veloce
ruota spargean di larghi sprazzi. Anela
il teucro duce di sfondar la turba,
e spezzarla d'assalto. In un momento
gli Achivi sgominò, sempre coll'asta
fulminando; e scorrendo entro le file,
colla lancia, col brando e con enormi
macigni le rompea. Solo d'Aiace
evitava lo scontro. Ma l'Eterno
alto-sedente al cor d'Aiace incusse
tale un terror che attonito ristette,
e paventoso si gittò sul tergo
la settemplice pelle, e nel dar volta
come una fiera si guatava intorno
nel mezzo della turba, e tardi e lenti
alternando i ginocchi, all'inimico
ad or ad ora convertìa la fronte.
Come fulvo leon che dall'ovile
vien da' cani cacciato e da' pastori
che de' buoi gli frastornano la pingue
preda, la notte vigilando intera:
famelico di carne ei nondimeno
dritto si scaglia, e in van; ché dall'ardite
destre gli piove di saette un nembo
e di tizzi e di faci, onde il feroce
atterrito rifugge, e in sul mattino
mesto i campi traversa e si rinselva:
tale Aiace da' Teucri in suo cor tristo
e di mal grado assai si dipartìa
delle navi temendo. E quale intorno
ad un pigro somier, che nella messe
si ficcò, s'arrabattano i fanciulli
molte verghe rompendogli sul tergo,
ed ei pur segue a cimar l'alta biada,
né de' lor colpi cura la tempesta,
ché la forza è bambina, e appena il ponno
allontanar poiché satolla ha l'epa;
non altrimenti i Teucri e le coorti
collegate inseguìan senza riposo
il gran Telamonìde, e colle basse
lance nel mezzo gli ferìan lo scudo.
Ma memore l'eroe di sua virtude
or rivolta la faccia, e le falangi
respinge de' nemici, or lento i passi
move alla fuga: e sì potette ei solo
che di sboccarsi al mar tutti rattenne.
Ritto in mezzo ai Troiani ed agli Achivi
infurïava, e sostenea di strali
una gran selva sull'immenso scudo,
e molti a mezzo spazio e senza forza,
pria che il corpo gustar, perdeano il volo
desïosi di sangue. In questo stato
lo mirò d'Evemon l'inclito figlio
Euripilo, ed a lui, che sotto il nembo
degli strali languìa, fatto dappresso,
a vibrar cominciò l'asta lucente,
e il duce Apisaon, di Fausia figlio,
nell'epate percosse, e gli disciolse
de' ginocchi il vigor. Sovra il caduto
Euripilo avventossi, e le bell'armi
di dosso gli traea. Ma come il vide
Paride, il drudo di beltà divina,
Egida da cui cento eran sospese
frange conteste di finissim'oro,
e valea cento tauri ogni gherone.
In quest'arme la Diva folgorando
concitava gli Achivi, ed accendea
l'ardir ne' petti, e li facea gagliardi
a pugnar fieramente e senza posa.
Allor la guerra si fe' dolce al core
più che il volger le vele al patrio nido.
Siccome quando la vorace vampa
sulla montagna una gran selva incende,
sorge splendor che lungi si propaga;
così al marciar delle falangi achive
mandan l'armi un chiaror che tutto intorno
di tremuli baleni il cielo infiamma.
E qual d'oche o di gru volanti eserciti
ovver di cigni che snodati il tenue
collo van d'Asio ne' bei verdi a pascere
lungo il Caïstro, e vagolando esultano
su le larghe ale, e nel calar s'incalzano
con tale un rombo che ne suona il prato;
così le genti achee da navi e tende
si diffondono in frotte alla pianura
del divino Scamandro, e il suol rimbomba
sotto il piè de' guerrieri e de' cavalli
terribilmente. Nelle verdi lande
del fiume s'arrestâr gremìti e spessi
come le foglie e i fior di primavera.
Conti lo sciame dell'impronte mosche
che ronzano in april nella capanna,
quando di latte sgorgano le secchie,
chi contar degli Achei desìa le torme
anelanti de' Teucri alla rovina.
Ma quale è de' caprai la maestrìa
nel divider le greggie, allor che il pasco
le confonde e le mesce, a questa guisa
in ordinate squadre i capitani
schieravano gli Achivi alla battaglia.
Agamennón qual tauro era nel mezzo,
che nobile e sovrana alza la fronte
sovra tutto l'armento e lo conduce:
e tal fra tanti eroi Giove gl'infonde
e garbo e maestà, che Marte al cinto,
Nettunno al petto, e il Folgorante istesso
negli sguardi somiglia e nella testa.
Muse dell'alto Olimpo abitatrici,
or voi ne dite (ché voi tutte, o Dive,
riguardate le cose e le sapete:
a noi nessuna è conta, e ne susurra
di fuggitiva fama un'aura appena),
dite voi degli Achivi i condottieri.
Della turba infinita io né parole
farò né nome, ché bastanti a questo
non dieci lingue mi sarìan né dieci
bocche, né voce pur di ferreo petto.
Di tutta l'oste ad Ilio navigata
divisar la memoria altri non puote
che l'alme figlie dell'Egìoco Giove.
Sol dunque i duci, e sol le navi io canto.
Erano de' Beozi i capitani
Arcesilao, Leìto e Penelèo
e Protenore e Clonio, e traean seco
d'Iria i coloni e d'Aulide petrosa,
con quei di Scheno e Scolo, e quei dell'erta
Eteono e di Tespia, e quei che manda
la spazïosa Micalesso e Grea;
e quei che d'Arma la contrada edùca,
ed Ilesio ed Erìtre ed Eleone
e Peteone ed Ila ed Ocalèa.
Seguono i prodi della ben costrutta
Medeone e di Cope, e gli abitanti
d'Eutresi e Tisbe di colombe altrice.
Di Coronèa vien dopo e dell'erbosa
Alïarto e di Glissa e di Platèa
e d'Ipotebe dalle salde mura
una gran torma: ed altri abbandonaro
le sacrate a Nettunno inclite selve
d'Onchesto, e d'Arne i pampinosi colli;
altri il pian di Midèa; altri di Nisa
gli almi boschetti, e gli ultimi confini
d'Antèdone. Di questi eran cinquanta
le navi, e ognuna cento prodi e venti,
fior di beozia gioventù, portava.
Dell'Orcomèno Minïèo gli eletti,
misti a quei d'Aspledóne, hanno a lor duci
Ascalafo e Ialmeno, ambo di Marte
egregia prole. Ne' secreti alberghi
d'Attore Azìde partorilli Astioche
vereconda fanciulla, alle superne
stanze salita, e al forte iddio commista
in amplesso furtivo. Eran di questi
trenta le navi che schierârsi al lido.
Regge la squadra de' Focensi il cenno
di Schedio e d'Epistròfo, incliti figli
del generoso Naubolìde Ifìto.
Invìa questi guerrier la discoscesa
balza di Pito, e Ciparisso e Crissa,
gentil paese, e Daulide e Panope.
D'Anemoria e di Jampoli van seco
gli abitatori, e quei che del Cefiso
oggi, o palma otterrai d'entrambi i figli
d'Ippaso, e, spenti, n'avrai l'armi; o colto
tu dal mio telo perderai la vita.
Vibrò, ciò detto, e lo colpì nel mezzo
della salda rotella. Il vïolento
dardo lo scudo traforò, ficcossi
nella corazza, e gli stracciò sul fianco
tutta la pelle: non permise al ferro
l'addentrarsi di più Palla Minerva.
Conobbe tosto che letal non era
il colpo Ulisse; e retrocesso alquanto,
Sciagurato, rispose al suo nemico,
or sì che morte al varco ti raggiunse.
Mi togliesti, egli è vero, il poter oltre
pugnar co' Teucri, ma ben io t'affermo
che questa di tua vita è l'ultim'ora,
e che tu dalla mia lancia qui domo,
la palma a me darai, lo spirto a Pluto.
Disse, e l'altro fuggiva. Al fuggitivo
scaglia Ulisse il suo cerro, e a mezzo il tergo
sì glielo pianta che gli passa al petto.
Diè d'armi un suono nel cadere, e il divo
vincitor l'insultò: Soco, del forte
Ippaso cavaliero audace figlio,
morte t'ha giunto innanzi tempo, e vana
fu la tua fuga. Misero! né il padre
gli occhi tuoi chiuderà né la pietosa
madre, ma densi a te gli scaveranno
gli avoltoi dibattendo le grandi ali
su la tua fronte; e me spento di tomba
onoreranno i generosi Achei.
Detto ciò, dalla pelle e dal ricolmo
brocchier si svelse del possente Soco
il duro giavellotto, e nel cavarlo
diè sangue, e forte dolorossi il fianco.
Visto il sangue d'Ulisse, i coraggiosi
Teucri l'un l'altro inanimando mossero
per assalirlo: ma l'accorto indietro
si ritrasse, e i compagni ad alta voce
chiamò. Tre volte a tutta gola ei grida,
tre volte il marzio Menelao l'intese,
e ad Aiace converso, Aiace, ei disse,
Telamònio regal seme divino,
sento all'orecchio risonarmi il grido
del sofferente Ulisse, e tal mi sembra
qual se, solo rimasto, ei sia da' Teucri
nel forte della mischia oppresso e chiuso.
Corriam, ché giusto è l'aitarlo: solo
fra nemici potrebbe il valoroso
grave danno patirne, e costerìa
la sua morte agli Achei molti sospiri.
Si mise in via, ciò detto, e lo seguiva
quel magnanimo, tale al portamento
che un Dio detto l'avresti: e il caro a Giove
Ulisse ritrovâr da densa torma
accerchiato di Teucri. A quella guisa
che affamate s'attruppano le linci
dintorno a cervo di gran corna, a cui
fisse lo strale il cacciator nel fianco,
e il ferito fuggì dal feritore
finché fu caldo il sangue e lesto il piede;
ma domo alfine dallo stral nel bosco
lo dismembran le linci; allor, se guida
colà fortuna un fier lïon, disperse
sfrattano quelle, ed ei fa sua la preda:
molta turba così di valorosi
Teucri intorno al pugnace astuto Ulisse
aggirasi; ma l'asta dimenando
l'eroe tien lungi la fatal sua sera.
E comparir tremendo ecco d'Aiace
il torreggiante scudo, eccolo fermo
dinanzi a quell'oppresso, e scombuiarsi
chi qua chi là per lo spavento i Teucri.
Per man lo prende allora il generoso
minor Atride, e fuor dell'armi il tragge
finché l'auriga i corridor gli adduca.
Ma il Telamònio eroe contra i Troiani
irrompendo, il Prïamide bastardo
Doriclo uccide; e poi Pandoco, e poi
Lisandro fiede e Piraso e Pilarte.
E come quando ruinoso un fiume,
cui crebbe l'invernal pioggia di Giove,
si devolve dal monte alla pianura,
e molte aride querce e molti pini
rotando spinge una gran torba al mare:
tal cavalli tagliando e cavalieri
l'illustre Aiace furïoso insegue
per lo campo i Troiani; e non per anco
n'aveva Ettorre udita la ruina,
ch'ei della zuffa sul sinistro corno
pugnava in riva allo Scamandro, dove
il cader delle teste era più spesso,
e infinito il clamor dintorno al grande
Nestore e al marzio Idomenèo. Qui stava
Ettore, e oprava orrende cose, e densa
colla lancia e col carro distruggeva
la gioventude achea. Né ancor per tanto
avrian gli Argivi abbandonato il campo,
se il bel marito della bella Elèna
Alessandro ritrar non fea dall'armi
insanguinato, smisurato e vivo,
ancor guizzante, e ancor pronto all'offese;
sì che volto a colei che lo ghermìa,
lubrico le vibrò tra il petto e il collo
una ferita. Allor la volatrice,
aperta l'ugna per dolor, lasciollo
cader dall'alto fra le turbe, e forte
stridendo sparve per le vie de' venti.
Visto in terra giacente il maculato
serpe, prodigio dell'Egìoco Giove,
inorridiro i Teucri, e fatto avanti
all'intrepido Ettòr Polidamante
sì prese a dir: Tu sempre, ancorché io porti
ottimi avvisi in parlamento, o duce,
hai pronta contro me qualche rampogna,
né pensi che non lice a cittadino
né in assemblea tradir né in mezzo all'armi
la verità, servendo all'augumento
di tua possanza. Dirò franco adunque
ciò che il meglio or mi sembra. Non si vada
coll'armi ad assalir le navi achee.
Il certo evento che n'attende è scritto
nell'augurio comparso alla sinistra
dell'esercito nostro, appunto in quella
che si volea travalicar la fossa,
dico il volo dell'aquila portante
nell'ugna un drago sanguinoso, immane
e vivo ancor. Com'ella cader tosto
lasciò la preda, pria che al caro nido
giungesse, e pasto la recasse a' suoi
dolci nati; così, quando n'accada
pur de' Greci atterrar le porte e il muro
e farne strage, non pensar per questo
di ritornarne con onor; ché indietro
molti Troiani lasceremo ancisi
dall'argolico ferro, combattente
per la tutela delle navi. Ognuno,
che ben la lingua de' prodigi intenda
e da' profani riverenza ottegna,
questo verace interpretar farìa.
Lo guatò bieco Ettorre, e gli rispose:
Polidamante, il tuo parlar non viemmi
grato all'orecchio, e una miglior sentenza
or dal tuo labbro m'attendea. Se parli
persuaso e davvero, io ti fo certo
che l'ira degli Dei ti tolse il senno,
poiché m'esorti ad obblïar di Giove
le giurate promesse, e all'ale erranti
degli augelli obbedir; de' quai non curo,
se volino alla dritta ove il Sol nasce,
o alla sinistra dove muor. Ben calmi
del gran Giove seguir l'alto consiglio,
ch'ei de' mortali e degli Eterni è il sommo
imperadore. Augurio ottimo e solo
è il pugnar per la patria. Perché tremi
tu dei perigli della pugna? Ov'anco
cadiam noi tutti tra le navi ancisi,
temer di morte tu non dei, ché cuore
tu non hai d'aspettar l'urto nemico,
né di pugnar. Se poi ti rimanendo
lontano dal conflitto, esorterai
con codarde parole altri a seguire
la tua viltà, per dio! che tu percosso
da questa lancia perderai la vita.
Si spinse avanti così detto, e gli altri
con alte grida lo seguiéno. Allora
il Folgorante dall'idèa montagna
un turbine destò, che drittamente
verso le navi sospingea la polve,
e agli Achivi rapìa gli occhi e l'ardire,
ad Ettorre il crescendo ed a' Troiani
che nel prodigio e nelle proprie forze
confidati assalîr l'alta muraglia
per diroccarla. E già divelti i merli
delle torri cadean, già le bertesche
si sfasciano, e le leve alto sollevano
gli sporgenti pilastri, eccelso e primo
fondamento alle torri. Intorno a questi
travagliansi i Troiani, ampia sperando
aprir la breccia. Né perciò d'un passo
s'arretrano gli Achei, ma di taurine
targhe schermo facendo alle bastite,
ferìan da quelle chi venìa di sotto.
Animosi dall'una all'altra torre
l'acheo valor svegliando ambo frattanto
scorrean gli Aiaci, e con parole or dure
or blande rampognando i neghittosi,
O compagni, dicean, quanti qui siamo
primi, secondi ed infimi (ché tutti
non siamo eguali nel pugnar, ma tutti
necessari), or gli è tempo, e lo vedete,
d'oprar le mani. Non vi sia chi pieghi
dunque alle navi per timor di vana
minaccia ostil, ma procedete avanti,
e l'un l'altro incoratevi, e mertate
che l'Olimpio Tonante vi conceda
di risospinger l'inimico, e rotto
inseguirlo fin dentro alle sue mura.
Sì sgridando, animâr l'acheo certame.
Come cadono spessi ai dì vernali
e col favor di Pallade lo spensi:
forte eccelso campion che in molta arena
giaceami steso al piede. Oh mi fiorisse
or quell'etade e la mia forza intégra!
Per certo Ettorre troverìa qui tosto
chi gli risponda. E voi del campo acheo
i più forti, i più degni, ad incontrarlo
voi non andrete con allegro petto?
Tacque: e rizzârsi subitani in piedi
nove guerrieri. Si rizzò primiero
il re de' prodi Agamennón; rizzossi
dopo lui Dïomede, indi ambedue
gl'impetuosi Aiaci; indi, col fido
Merïon bellicoso, Idomenèo;
e poscia d'Evemon l'inclito figlio
Eurìpilo, e Toante Andremonìde,
e il saggio Ulisse finalmente. Ognuno
chiese il certame coll'eroe troiano.
Disse allora il buon veglio: Arbitra sia
della scelta la sorta, e sia l'eletto,
salvo tornando dall'ardente agone,
degli Achei la salute e di sé stesso.
Segna a quel detto ognun sua sorte: e dentro
l'elmo la gitta del maggior Atride.
La turba intanto supplicante ai numi
sollevava le palme; e con gli sguardi
fissi nel cielo udìasi dire: O Giove,
fa che la sorte il Telamònio Aiace
nomi, o il Tidìde, o di Micene il sire.
Così pregava; e il cavalier Nestorre
agitava le sorti: ed ecco uscirne
quella che tutti desïâr. La prese,
e a dritta e a manca ai prenci achivi in giro
la mostrava l'araldo, e nullo ancora
la conoscea per sua. Ma come, andando
dall'uno all'altro, il banditor pervenne
al Telamònio Aiace e gliela porse,
riconobbe l'eroe lieto il suo segno,
e gittatolo in mezzo, Amici, è mia,
gridò, la sorte, e ne gioisce il core,
che su l'illustre Ettòr spera la palma.
Voi, mentre l'arma io vesto, al sommo Giove