mi scagliò
dalle soglie celesti. Un giorno intero
rovinai per l'immenso, e rifinito
in Lenno caddi col cader del sole,
dalli Sinzii raccolto a me pietosi.
Disse; e la Diva dalle bianche braccia
rise, e in quel riso dalla man del figlio
prese il nappo. Ed ei poscia agli altri Eterni,
incominciando a destra, e dal cratere
il nèttare attignendo, a tutti in giro
lo mescea. Suscitossi infra' Beati
immenso riso nel veder Vulcano
per la sala aggirarsi affaccendato
in quell'opra. Così, fino al tramonto,
tutto il dì convitossi, ed egualmente
del banchetto ogni Dio partecipava.
o poca d'armi maestrìa ti tolga
delle dardanie mura la conquista.
Saggio vegliardo, gli rispose Atride,
in tutti della guerra i parlamenti
nanzi a tutti tu vai. Piacesse a Giove,
a Minerva piacesse e al santo Apollo,
ch'altri dieci io m'avessi infra gli Achei
a te pari in consiglio; ed atterrata
cadrìa ben tosto la città troiana.
Ma me l'Egìoco Giove in alti affanni
sommerse, e incauto mi sospinse in vane
gare e contese. Di parole avemmo
gran lite Achille ed io d'una fanciulla,
ed io fui primo all'ira. Ma se fia
che in amistà si torni, un sol momento
non tarderà di Troia il danno estremo.
Or via, di cibo a ristorar le forze
itene tutti per la pugna. Ognuno
l'asta raffili, ognun lo scudo assetti,
di copioso alimento ognun governi
i corridor veloci, e diligente
visiti il cocchio, e mediti il conflitto;
onde questo sia giorno di battaglia
tutto e di sangue, e senza posa alcuna,
finché la notte non estingua l'ire
de' combattenti. Di guerrier sudore
bagnerassi la soga dello scudo
sui caldi petti, verrà manco il pugno
sovra il calce dell'asta, e destrier molli
trarranno il cocchio con infranta lena.
Qualunque io poscia scorgerò che lungi
dalla pugna si resti appo le navi
neghittoso, non fia chi salvo il mandi
dalla fame de' cani e degli augelli.
Così disse, e al finir di sue parole
mandâr gli Achivi un altissimo grido
somigliante al muggir d'onda spezzata
all'alto lido ove il soffiar la caccia
di furioso Noto incontro ai fianchi
di prominente scoglio, flagellato
da tutti i venti e da perpetue spume.
Si levâr frettolosi, si dispersero
per le navi, destâr per tutto il lido
globi di fumo, ed imbandîr le mense.
Chi a questo dio sacrifica, chi a quello,
al suo ciascun si raccomanda, e il prega
di camparlo da morte nella pugna.
Ma il re de' prodi Agamennóne un pingue
toro quinquenne al più possente nume
sagrifica, e convita i più prestanti:
Nestore primamente e Idomenèo,
quindi entrambi gli Aiaci, e di Tidèo
l'inclito figlio, e sesto il divo Ulisse.
Spontaneo venne Menelao, cui noto
era il travaglio del fratello. E questi
fêr di sé stessi una corona intorno
alla vittima, e preso il salso farro
nel mezzo Agamennóne orando disse:
Glorioso de' nembi adunatore
Massimo Giove abitator dell'etra,
pria che il sole tramonti e l'aria imbruni,
fa che fumanti al suol di Priamo io getti
gli alti palagi, e d'ostil fiamma avvampi
le regie porte; fa che la mia lancia
squarci l'usbergo dell'ettòreo petto,
e che dintorno a lui molti suoi fidi
boccon distesi mordano la polve.
Disse; ed il nume l'olocausto accolse,
ma non il voto, e a lui più lutto ancora
preparando venìa. Finito il prego
e sparso il farro, ed incurvato all'ara
della vittima il collo, la scannaro,
la discuoiaro, ne squartâr le cosce,
le rivestîr di doppio zirbo, e sopra
poservi i crudi brani. Indi la fiamma
d'aride schegge alimentando, a quella
cocean gli entragni nello spiedo infissi.
Adusti i fianchi, e fatto delle sacre
viscere il saggio, lo restante in pezzi
negli schidon confissero, ed acconcia-
-mente arrostito ne levaro il tutto.
Finita l'opra, apparecchiâr le mense,
e a suo talento vivandò ciascuno.
Di cibo sazi e di bevanda, prese
a così dire il cavalier Nestorre:
Re delle genti glorioso Atride
Agamennón, si tolga ogni dimora
all'impresa che in pugno il Dio ne pone.
Degli araldi la voce alla rassegna
chiami sul lido i loricati Achei,
e noi scorriamo le raccolte squadre,
e di Marte destiam l'ira e il desìo.
Assentì pronto il sire, ed al suo cenno
l'acuto grido degli araldi diede
della pugna agli Achivi il fiero invito.
Corsero quelli frettolosi; e i regi
di Giove alunni, che seguìan l'Atride,
li ponean ratti in ordinanza. Errava
Minerva in mezzo, e le splendea sul petto
incorrotta, immortal la prezïosa
Libro Quarto
Nell'auree sale dell'Olimpo accolti
intorno a Giove si sedean gli Dei
a consulta. Fra lor la veneranda
Ebe versava le nettaree spume,
e quelli a gara con alterni inviti
l'auree tazze vôtavano mirando
la troiana città. Quand'ecco il sommo
Saturnio, inteso ad irritar Giunone,
con un obliquo paragon mordace
così la punse: Due possenti Dive
aiutatrici ha Menelao, l'Argiva
Giuno e Minerva Alalcomènia. E pure
neghittose in disparte ambo si stanno
sol del vederlo dilettate. Intanto
fida al fianco di Paride l'amica
del riso Citerea lungi respinge
dal suo caro la Parca; e dianzi, in quella
ch'ei morto si tenea, servollo in vita.
Rimasta è al forte Menelao la palma;
ma l'alto affar non è compiuto, e a noi
tocca il condurlo, e statuir se guerra
fra le due genti rinnovar si debba,
od in pace comporle. Ove la pace
tutti appaghi gli Dei, stia Troia, e in Argo
con la consorte Menelao ritorni.
Strinser, fremendo a questo dir, le labbia
Giuno e Minerva, che vicin sedute
venìan de' Teucri macchinando il danno.
Quantunque al padre fieramente irata
tacque Minerva e non fiatò. Ma l'ira
non contenne Giunone, e sì rispose:
Acerbo Dio, che parli? A far di tante
armate genti accolta, alla ruïna
di Priamo e de' suoi figli, ho stanchi i miei
immortali corsieri; e tu pretendi
frustrar la mia fatica, ed involarmi
de' miei sudori il frutto? Eh ben t'appaga;
ma di noi tutti non sperar l'assenso.
Feroce Diva, replicò sdegnoso
l'adunator de' nembi, e che ti fêro,
e Priamo e i Priamìdi, onde tu debba
voler sempre di Troia il giorno estremo?
La tua rabbia non fia dunque satolla
se non atterri d'Ilïon le porte,
e sull'infrante mura non ti bevi
del re misero il sangue e de' suoi figli
e di tutti i Troiani? Or su, fa come
più ti talenta, onde fra noi sorgente
d'acerbe risse in avvenir non sia
questo dissidio: ma riponi in petto
le mie parole. Se desìo me pure
prenderà d'atterrar qualche a te cara
città, non porre a' miei disdegni inciampo,
e liberi li lascia. A questo patto
Troia io pur t'abbandono, e di mal cuore;
ché, di quante città contempla in terra
l'occhio del sole e dell'eteree stelle,
niuna io m'aggio più cara ed onorata
come il sacro Ilïone e Priamo e tutta
di Priamo pur la bellicosa gente:
perocché l'are mie per lor di sacre
opìme dapi abbondano mai sempre,
e di libami e di profumi, onore
solo alle dive qualità sortito.
Compose a questo dir la veneranda
Giuno gli sguardi maestosi, e disse:
Tre cittadi sull'altre a me son care
Argo, Sparta, Micene; e tu le struggi
se odiose ti sono. A lor difesa
né man né lingua moverò; ché quando
pure impedir lo ti volessi, indarno
il tentarlo uscirìa, sendo d'assai
tu più forte di me. Ma dritto or parmi
che tu vano non renda il mio disegno,
ch'io pur son nume, e a te comune io traggo
l'origine divina, io dell'astuto
Saturno figlia, e in alto onor locata,
perché nacqui sorella e perché moglie
son del re degli Dei. Facciam noi dunque
l'un dell'altro il volere, e il seguiranno
gli altri Eterni. Or tu ratto invìa Minerva
fra i due commossi eserciti, onde spinga
i Troiani ad offendere primieri,
rotto l'accordo, i baldanzosi Achei.
Assentì Giove al detto, ed a Minerva,
Scendi, disse, veloce, e fa che i Teucri
primi offendan gli Achei, turbando il patto.
A Minerva, per sé già desïosa,
sprone aggiunse quel cenno. In un baleno
dall'Olimpo calò. Quale una stella
cui portento a' nocchieri o a numerose
schiere d'armati scintillante e chiara
invìa talvolta di Saturno il figlio;
tale in vista precipita dall'alto
Minerva in terra, e piantasi nel mezzo.
Stupîr Teucri ed Achivi all'improvvisa
visïone, e talun disse al vicino:
Arbitro della guerra oggi vuol Giove
per certo rinnovar fra un campo e l'altro

siete in gran briga voi medesmi, almeno
vien tu, forte figliuol di Telamone,
e tu, Teucro, signor d'arco tremendo.
Tacque, ed il grande Telamònio figlio
al figlio d'Oilèo si volse e disse:
Tu, Aiace, e tu forte Licomede
qui restatevi entrambi, ed infiammate
l'acheo coraggio alla battaglia. Io volo
colà allo scontro del nemico, e data
la chiesta aita, subito ritorno.
Partì l'eroe, ciò detto, ed il germano
Teucro il seguiva, e Pandïon portante
l'arco di Teucro. Costeggiando il muro
alla torre arrivâr di Menestèo:
ed entrâr nella zuffa, appunto in quella
che a negro turbo simiglianti i duci
animosi de' Licii avean de' merli
già vinto il sommo. Si scontrâr gli eroi
fronte a fronte, e levossi alto clamore.
Primo l'Aiace Telamònio uccise
il magnanimo Epìcle, un caro amico
di Sarpedon. Giacea sull'ardua cima
della muraglia un aspro enorme sasso,
tal che niun de' presenti, anco sul fiore
delle forze, il potrebbe agevolmente
a due man sollevar. Ma lieve in alto
levollo Aiace, e lo scagliò. L'orrendo
colpo diruppe il bacinetto, e tutte
l'ossa del capo sfracellò. Dall'alta
torre il percosso a notator simìle
cadde, e l'alma fuggì. Teucro di poi
di strale a Glauco il nudo braccio impiaga
mentre il muro assalisce, e lo costrigne
la pugna abbandonar. Glauco d'un salto
giù dagli spaldi gittasi furtivo,
onde nessuno degli Achei s'avvegga
di sua ferita, e villanìa gli dica.
Ben se n'accorse Sarpedonte, ed alta
dell'amico al partir doglia il trafisse.
Ma non lentossi dalla pugna, e giunto
colla lancia il Testòride Alcmeone,
gliela ficca nel petto, e a sé la tira.
Segue il trafitto l'asta infissa, e cade
boccone, e l'armi risonâr sovr'esso.
Colla man forte quindi il licio duce
un merlo afferra, a sé lo tragge, e tutto
lo dirocca. Snudossi al suo cadere
la superna muraglia, e larga a molti
fece la strada. Allor ristretti insieme
mossero contra Sarpedonte i due
Telamonìdi, e Teucro d'uno strale
al petto il saettò. Raccolse il colpo
il lucente fermaglio dell'immenso
scudo, ché Giove dal suo figlio allora
allontanò la Parca, e non permise
che davanti alle navi egli cadesse.
L'assalse Aiace ad un medesmo tempo,
e allo scudo il ferì. Tutto passollo
la fiera punta, ed aspramente il caldo
guerrier represse. Dagli spaldi adunque
recede alquanto ei sì, ma non del tutto,
ché il cor pur anco gli porgea speranza
della vittoria, e al suo fedel drappello
rivoltosi, gridò: Licii guerrieri,
perché l'impeto vostro si rallenta?
Benché forte io mi sia, solo poss'io
atterrar questo muro, ed alle navi
aprir la strada? A me v'unite or dunque,
ché forza unita tutto vince. - Ei disse,
e vergognosi rispettando i Licii
le regali rampogne, s'addensaro
dintorno al saggio condottier. Dall'altro
lato gli Argivi nell'interno muro
rinforzan le falangi, e d'ambe parti
cresce il travaglio della dura impresa.
Perocché né il valor degli animosi
Licii a traverso dell'infranto muro
alle navi potea farsi la strada,
né i saettanti Achei dall'occupata
muraglia i Licii discacciar: ma quale
in poder che comune abbia il confine,
fan due villan, la pertica alla mano,
del limite baruffa, e poca lista
di terra è tutto della lite il campo:
così dei merli combattean costoro,
e sovra i merli contrastati un fiero
spezzar si fea di scudi e di brocchieri
su gli anelanti petti; e molti intorno
cadean gli uccisi; altri dal crudo acciaro
nel voltarsi trafitti il tergo ignudo;
altri, ed erano i più, da parte a parte
trapassati le targhe. Da per tutto
torri e spaldi rosseggiano di sangue
e troiano ed acheo; né fra gli Achei
nullo ancor segno si vedea di fuga.
Siccome onesta femminetta, a cui
procaccia il vitto la conocchia, in mano
tien la bilancia, e vi sospende e pesa
con rigorosa trutina la lana,
onde i suoi figli sostentar di scarso
Mosse allor le parole il grande Atride.
Diletto Dïomede, a tuo talento
un compagno ti scegli a sì grand'uopo,
qual ti sembra il miglior. Molti ne vedi
presti a seguirti; né verun rispetto
la tua scelta governi, onde non sia
che lasciato il miglior, pigli il peggiore;
né ti freni pudor, né riverenza
di lignaggio, né s'altri è re più grande.
Così parlava, del fratello amato
paventando il periglio: e fea risposta
Dïomede così: Se d'un compagno
mi comandate a senno mio l'eletta,
come scordarmi del divino Ulisse,
di cui provato è il cor, l'alma costante
nelle fatiche, e che di Palla è amore?
S'ei meco ne verrà, di mezzo ancora
alle fiamme uscirem; cotanto è saggio.
Non mi lodar né mi biasmar, Tidìde,
soverchiamente (gli rispose Ulisse),
ché tu parli nel mezzo ai consci Argivi.
Partiam: la notte se ne va veloce,
delle stelle il languir l'alba n'avvisa,
né dell'ombre riman che il terzo appena.
D'armi orrende, ciò detto, si vestiro.
A Dïomede, che il suo brando avea
obblïato alle navi, altro ne diede
di doppio taglio, ed il suo proprio scudo
il forte Trasimede. Indi alla fronte
una celata gli adattò di cuoio
taurin compatta, senza cono e cresta,
che barbuta si noma, e copre il capo
de' giovinetti. Merïone a gara
d'una spada, d'un arco e d'un turcasso
ad Ulisse fe' dono, e su la testa
un morïon gli pose aspro di pelle,
da molte lasse nell'interno tutto
saldamente frenato, e nel di fuore
di bianchissimi denti rivestito
di zannuto cinghial, tutti in ghirlanda
con vago lavorìo disposti e folti.
Grosso feltro il cucuzzolo guarnìa.
L'avea furato in Eleona un giorno
Autolico ad Amìntore d'Ormeno,
della casa rompendo i saldi muri;
quindi il ladro in Scandea diello al Citèrio
Amfidamante; Amfidamante a Molo
ospital donamento, e questi poscia
al figlio Merïon, che su la fronte
alfin lo pose dell'astuto Ulisse.
Racchiusi nelle orrende arme gli eroi
partîr, lasciando in quel recesso i duci.
E da man destra intanto su la via
spedì loro Minerva un aïrone.
Né già questi il vedean, ché agli occhi il vieta
la cieca notte, ma n'udìan lo strido.
Di quell'augurio l'Itacense allegro
a Minerva drizzò questa preghiera:
Odimi, o figlia dell'Egìoco Giove,
che l'opre mie del tuo nume proteggi,
né t'è veruno de' miei passi occulto.
Or tu benigna più che prima, o Dea,
dell'amor tuo m'affida, e ne concedi
glorïoso ritorno e un forte fatto,
tale che renda dolorosi i Teucri.
Pregò secondo Dïomede, e disse:
Di Giove invitta armipotente figlia,
odi adesso me pur: fausta mi segui
siccome allor che seguitasti a Tebe
il mio divino genitor Tidèo,
de' loricati Achivi ambasciadore
attendati d'Asopo alla riviera.
Di placido messaggio egli a' Tebani
fu portator; ma fieri fatti ei fece
nel suo ritorno col favor tuo solo,
ché nume amico gli venivi al fianco.
E tu propizia a me pur vieni, o Dea,
e salvami. Sull'ara una giovenca
ti ferirò d'un anno, ampia la fronte,
ancor non doma, ancor del giogo intatta.
Questa darotti, e avrà dorato il corno.
Così pregaro, e gli esaudìa la Diva.
Implorata di Giove la possente
figlia Minerva, proseguîr la via
quai due lïoni, per la notte oscura,
per la strage, per l'armi e pe' cadaveri
sparsi in morta di sangue atra laguna.
Né d'altra parte ai forti Teucri Ettorre
permette il sonno; ma de' prenci e duci
chiama tutti i migliori a parlamento;
e raccolti, lor apre il suo consiglio.
Chi di voi mi promette un'alta impresa
per grande premio che il farà contento?
Darogli un cocchio, e di cervice altera
due corsieri, i miglior dell'oste achea
(taccio la fama che n'avrà nel mondo).
Questo dono otterrà chiunque ardisca
appressarsi alle navi, e cauto esplori
se sian, qual pria, guardate, o pur se domo
da nostre forze l'inimico or segga
delle mura troiane è la conquista.
Mosse quel dire delle turbe i petti,
e fremea l'adunanza, a quella guisa
che dell'icario mare i vasti flutti
si confondono allor che Noto ed Euro
della nube di Giove il fianco aprendo
a sollevar li vanno impetuosi.
E come quando di Favonio il soffio
denso campo di biade urta, e passando
il capo inchina delle bionde spiche;
tal si commosse il parlamento, e tutti
alle navi correan precipitosi
con fremito guerrier. Sotto i lor piedi
s'alza la polve, e al ciel si volve oscura.
I navigli allestir, lanciarli in mare,
espurgarne le fosse, ed i puntelli
sottrarre alle carene era di tutti
la faccenda e la gara. Arde ogni petto
del sacro amore delle patrie mura,
e tutto di clamori il cielo eccheggia.
E degli Achei quel dì sarìa seguìto,
contro il voler de' fati, il dipartire,
se con questo parlar non si volgea
Giuno a Minerva: O dell'Egìoco Padre
invincibile figlia, così dunque,
il mar coprendo di fuggenti vele,
al patrio lido rediran gli Achivi?
Ed a Priamo l'onore, ai Teucri il vanto
lasceran tutto dell'argiva Elèna
dopo tante per lei, lungi dal caro
nido natìo, qui spente anime greche?
Deh scendi al campo acheo, scendi, ed adopra
lusinghiero parlar, molci i soldati,
frena la fuga, né patir che un solo
de' remiganti pini in mar sia tratto.
Obbediente la cerulea Diva
dalle cime d'Olimpo dispiccossi
velocissima, e tosto fu sul lido.
Ivi Ulisse trovò, senno di Giove,
occupato non già del suo naviglio,
ma del dolor che il preme, e immoto in piedi.
Gli si fece davanti la divina
Glaucopide dicendo: O di Laerte
generoso figliuol, prudente Ulisse,
così dunque n'andrete? E al patrio suolo
navigherete, e lascerete a Priamo
di vostra fuga il vanto, ed ai Troiani
d'Argo la donna, e invendicato il sangue
di tanti, che per lei qui lo versaro,
bellicosi compagni? A che ti stai?
T'appresenta agli Achei, rompi gl'indugi,
dolci adopra parole e li trattieni,
né consentir che antenna in mar si spinga.
Così disse la Dea. Ne riconobbe
l'eroe la voce, e via gittato il manto,
che dopo lui raccolse il banditore
Eurìbate itacense, a correr diessi;
e incontrato l'Atride Agamennóne,
ratto ne prende il regal scettro, e vola
con questo in pugno tra le navi achee;
e quanti ei trova o duci o re, li ferma
con parlar lusinghiero; e, Che fai, dice,
valoroso campione? A te de' vili
disconvien la paura. Or via, ti resta,
pregoti, e gli altri fa restar. La mente
ben palese non t'è d'Agamennóne;
egli tenta gli Achei, pronto a punirli.
Non tutti han chiaro ciò che dianzi in chiuso
consesso ei disse. Deh badiam, che irato
non ne percuota d'improvvisa offesa.
Di re supremo acerba è l'ira, e Giove,
che al trono l'educò, l'onora ed ama.
S'uom poi vedea del vulgo, e lo cogliea
vociferante, collo scettro il dosso
batteagli; e, Taci, gli garrìa severo,
taci tu tristo, e i più prestanti ascolta
tu codardo, tu imbelle, e nei consigli
nullo e nell'armi. La vogliam noi forse
far qui tutti da re? Pazzo fu sempre
de' molti il regno. Un sol comandi, e quegli
cui scettro e leggi affida il Dio, quei solo
ne sia di tutti correttor supremo.
Così l'impero adoperando Ulisse
frena le turbe, e queste a parlamento
dalle navi di nuovo e dalle tende
con fragore accorrean, pari a marina
onda che mugge e sferza il lido, ed alto
ne rimbomba l'Egeo. Queto s'asside
ciascheduno al suo posto: il sol Tersite
di gracchiar non si resta, e fa tumulto
parlator petulante. Avea costui
di scurrili indigeste dicerìe
pieno il cerèbro, e fuor di tempo, e senza
o ritegno o pudor le vomitava
contro i re tutti; e quanto a destar riso
infra gli Achivi gli venìa sul labbro,
tanto il protervo beffator dicea.
Non venne a Troia di costui più brutto
ceffo; era guercio e zoppo, e di contratta
gran gobba al petto; aguzzo il capo, e sparso
Polibo, io dico, ed il preclaro Agènore,
ed Acamante, giovinetto a cui
di celeste beltà fiorìa la guancia.
Maestoso fra tutti Ettor si volve
coll'egual d'ogni parte ampio pavese.
E qual di Sirio la funesta stella
or senza vel fiammeggia ed or rientra
nel buio delle nubi, a tal sembianza
or nelle prime file or nell'estreme
Ettore comparìa dando per tutto
provvidenza e comandi, e tutta d'arme
rilucea la persona, e folgorava
come il baleno dell'Egìoco Giove.
Qual di ricco padron nel campo vanno
i mietitori con opposte fronti
falciando l'orzo od il frumento; in lunga
serie recise cadono le bionde
figlie de' solchi, e in un momento ingombra
di manipoli tutta è la campagna;
così Teucri ed Achei gli uni su gli altri
irruendo si mietono col ferro
in mutua strage. Immemore ciascuno
di vil fuga, e guerrier contra guerriero
pugnan tutti del pari, e si van contra
coll'impeto de' lupi. A riguardarli
sta la Discordia, e della strage esulta
a cui sola de' numi era presente.
Sedeansi gli altri taciturni in cielo
in sua magion ciascuno, edificata
su gli ardui gioghi del sereno Olimpo.
Ivi ognuno in suo cor fremea di sdegno
contro l'alto de' nembi addensatore,
che dar vittoria a' Troi volea; ma nullo
pensier si prende di quell'ira il padre
che in sua gloria esultante e tutto solo
in disparte sedea, Troia mirando
e l'achee navi, e il folgorar dell'armi,
e il ferire e il morir de' combattenti.
Finché il mattin processe, e crebbe il sacro
raggio del giorno, d'ambe parti eguale
si mantenne la strage. Ma nell'ora
che in montana foresta il legnaiuolo
pon mano al parco desinar, sentendo
dall'assiduo tagliar cerri ed abeti
stanche le braccia e fastidito il core,
e dolce per la mente e per le membra
serpe del cibo il natural desìo,
prevalse la virtù de' forti Argivi,
che animando lor file e compagnie
sbaragliâr le nemiche. Agamennóne
saltò primier nel mezzo, e Bïanorre,
pastor di genti, uccise, indi Oilèo,
suo compagno ed auriga. Era dal carro
costui sceso d'un salto, e gli venìa
dirittamente contro. A mezza fronte
coll'acuta asta lo colpì l'Atride.
Non resse al colpo la celata; il ferro
penetrò l'elmo e l'osso, e tutto interna-
mente di sangue gli allagò il cerèbro.
Così l'audace assalitor fu domo.
Rapì d'ambo le spoglie Agamennóne,
e nudi il petto li lasciò supini.
Andò poscia diretto ad assalire
due di Priamo figliuoli, Iso ed Antifo,
l'un frutto d'Imeneo, l'altro d'Amore.
Venìano entrambi sul medesmo cocchio
i fratelli: reggeva Iso i destrieri,
Antifo combattea. Sul balzo d'Ida
aveali un giorno sopraggiunti Achille,
mentre pascean le gregge, e di pieghevoli
vermene avvinti, e poi disciolti a prezzo.
Ed or l'Atride Agamennón coll'asta
spalanca ad Iso tra le mamme il petto,
fiede di brando Antifo nella tempia,
e lo spiomba dal cocchio. Immantinente
delle bell'armi li dispoglia entrambi,
che ben li conoscea dal dì che Achille
dai boschi d'Ida prigionier li trasse
seco alle navi, ed ei notonne i volti.
Come quando un lïon nel covo entrato
d'agil cerva, ne sbrana agevolmente
i pargoli portati, e li maciulla
co' forti denti mormorando e sperde
l'anime tenerelle; la vicina
misera madre, non che dar soccorso,
compresa di terror fugge veloce
per le dense boscaglie, e trafelando
suda al pensier della possente belva:
così nullo de' Troi poteo da morte
salvar que' due: ma tutti anzi le spalle
conversero agli Achivi. Assalse ei dopo
Ippòloco e Pisandro, ambo figliuoli
del bellicoso Antìmaco, di quello
che da Paride compro per molt'oro
e ricchi doni, d'Elena impedìa
il rimando al marito. I figli adunque
di costui colse al varco Agamennóne
sovra un medesmo carro ambo volanti,
e turbati e smarriti; ché pel campo
sfrenaronsi i destrieri, e dalla mano
su questo lido? Compatir m'è forza
dunque agli Achivi, se a mal cor qui stanno.
Ma dopo tanta dimoranza è turpe
vôti di gloria ritornar. Deh voi,
deh ancor per poco tollerate, amici,
tanto indugiate almen, che si conosca
se vero o falso profetò Calcante.
In cuor riposte ne teniam noi tutti
le divine parole, e voi ne foste
testimoni, voi sì quanti la Parca
non aveste crudel. Parmi ancor ieri
quando le navi achee di lutto a Troia
apportatrici in Aulide raccolte,
noi ci stavamo in cerchio ad una fonte
sagrificando sui devoti altari
vittime elette ai Sempiterni, all'ombra
d'un platano al cui piè nascea di pure
linfe il zampillo. Un gran prodigio apparve
subitamente. Un drago di sanguigne
macchie spruzzato le cerulee terga,
orribile a vedersi, e dallo stesso
re d'Olimpo spedito, ecco repente
sbucar dall'imo altare, e tortuoso
al platano avvinghiarsi. Avean lor nido
in cima a quello i nati tenerelli
di passera feconda, latitanti
sotto le foglie: otto eran elli, e nona
la madre. Colassù l'angue salito
gl'implumi divorò, miseramente
pigolanti. Plorava i dolci figli
la madre intanto, e svolazzava intorno
pietosamente; finché ratto il serpe
vibrandosi afferrò la meschinella
all'estremo dell'ala, e lei che l'aure
empiea di stridi, nella strozza ascose.
Divorata co' figli anco la madre,
del vorator fe' il Dio che lo mandava
nuovo prodigio; e lo converse in sasso.
Stupidi e muti ne lasciò del fatto
la meraviglia, e a noi, che dell'orrendo
portento fra gli altari intervenuto
incerti ci stavamo e paventosi,
Calcante profetò: Chiomati Achivi,
perché muti così? Giove ne manda
nel veduto prodigio un tardo segno
di tardo evento, ma d'eterno onore.
Nove augelli ingoiò l'angue divino,
nov'anni a Troia ingoierà la guerra,
e la città nel decimo cadrà.
Così disse il profeta, ed ecco omai
tutto adempirsi il vaticinio. Or dunque
perseverate, generosi Achei,
restatevi di Troia al giorno estremo.
Levossi a questo dire un alto grido,
a cui le navi con orribil eco
rispondean, grido lodator del saggio
parlamento d'Ulisse. Ed incalzando
quei detti il vecchio cavalier Nestorre,
Oh vergogna, dicea; sul vostro labbro
parole intesi di fanciulli a cui
nulla cal della guerra. Ove n'andranno
i giuramenti, le promesse e i tanti
consigli de' più saggi e i tanti affanni,
le libagioni degli Dei, la fede
delle congiunte destre? Dissipati
n'andran col fumo dell'altare? Achei,
noi contendiamo di parole indarno,
e in vane induge il tempo si consuma,
che dar si debbe a salutar riparo.
Tien fermo, Atride, il tuo coraggio, e fermo
su gli Achei nelle pugne alza lo scettro:
ed in proposte, che d'effetto vote
cadran mai sempre, marcir lascia i pochi
che in disparte consultano se in Argo
redir si debba, pria che falsa o vera
si conosca di Giove la promessa.
Io ti fo certo che il saturnio figlio,
il giorno che di Troia alla ruïna
sciolser gli Achivi le veloci antenne,
non dubbio cenno di favor ne fece
balenando a diritta. Alcun non sia
dunque che parli del tornarsi in Argo,
se prima in braccio di troiana sposa
non vendica d'Elèna il ratto e i pianti.
Se taluno pur v'ha che voglia a forza
di qua partirsi, di toccar si provi
il suo naviglio, e troverà primiero
la meritata morte. Tu frattanto
pria ti consiglia con te stesso, o sire,
indi cogli altri, né sprezzar l'avviso
ch'io ti porgo. Dividi i tuoi guerrieri
per curie e per tribù, sì che a vicenda
si porga aita una tribù con l'altra,
l'una con l'altra curia. A questa guisa,
obbedendo agli Achei, ti fia palese
de' capitani a un tempo e de' soldati
qual siasi il prode e quale il vil; ché ognuno
con emula virtù pel suo fratello
combatterà. Conoscerai pur anco
se nume avverso, o codardìa de' tuoi,
Come talor del monte in su la cima
di Scirocco il soffiar spande la nebbia
al pastore odiosa, al ladro cara
più che la notte, né va lunge il guardo
più che tiro di pietra: a questa guisa
si destava di polve una procella
sotto il piè de' guerrieri che veloci
l'aperto campo trascorrean. Venuti
di poco spazio l'un dell'altro a fronte
gli eserciti nemici, ecco Alessandro
nelle prime apparir file troiane
bello come un bel Dio. Portava indosso
una pelle di pardo, ed il ricurvo
arco e la spada; e due dardi guizzando
ben ferrati ed aguzzi, iva de' Greci
sfidando i primi a singolar conflitto.
Il vide Menelao dinanzi a tutti
venir superbo a lunghi passi; e quale
il cor s'allegra di lïon che visto
un cervo di gran corpo o caprïolo,
spinto da fame a divorarlo intende,
e il latrar de' molossi, e degli audaci
villan robusti il minacciar non cura;
tale alla vista del Troian leggiadro
esultò Menelao. Piena sperando
far sopra il traditor la sua vendetta,
balza armato dal cocchio: e lui scorgendo
venir tra' primi, in cor turbossi il drudo,
e della morte paventoso in salvo
si ritrasse tra' suoi. Qual chi veduto
in montana foresta orrido serpe
risalta indietro, e per la balza fugge
di paura tremante e bianco in viso,
tal fra le schiere de' superbi Teucri,
l'ira temendo del figliuol d'Atreo,
l'avvenente codardo retrocesse.
Ettore il vide, e con ripiglio acerbo
gli fu sopra gridando: Ahi sciagurato!
ahi profumato seduttor di donne,
vile del pari che leggiadro! oh mai
mai non fossi tu nato, o morto fossi
anzi ch'esser marito, ché tal fôra
certo il mio voto, e per te stesso il meglio,
più che carco d'infamia ir mostro a dito.
Odi le risa de' chiomati Achei,
che al garbo dell'aspetto un valoroso
ti suspicâr da prima, e or sanno a prova
che vile e fiacca in un bel corpo hai l'alma.
E vigliacco qual sei tu il mar varcasti
con eletti compagni? e visitando
straniere genti tu dall'apia terra
donna d'alta beltà, moglie d'eroi,
rapir potesti, e il padre e Troia e tutti
cacciar nelle sciagure, agl'inimici
farti bersaglio, ed infamar te stesso?
Perché fuggi? perché di Menelao
non attendi lo scontro? Allor saprai
di qual prode guerrier t'usurpi e godi
la florida consorte: né la cetra
ti varrà né il favor di Citerea,
né il vago aspetto né la molle chioma,
quando cadrai riverso nella polve.
Oh fosser meno paurosi i Teucri!
ché tu n'andresti già, premio al mal fatto,
d'un guarnello di sassi rivestito.
Ed il vago a rincontro: Ettore, il veggo,
a ragion mi rampogni, ed io t'escuso.
Ma quel duro tuo cor scure somiglia
che ben tagliente una navale antenna
fende, vibrata da gagliardi polsi,
e nerbo e lena al fenditor raddoppia.
Non rinfacciarmi di Ciprigna i doni,
ché, qualunque pur sia, gradito e bello
sempre è il dono d'un Dio; né il conseguirlo
è nel nostro volere. Or se t'aggrada
ch'io scenda a duellar, fa che l'achee
squadre e le teucre seggansi tranquille,
e me nel mezzo e Menelao mettete
d'Elena armati a terminar la lite,
e di tutto il tesor di ch'ella è ricca.
Qual si vinca di noi s'abbia la donna
con tutto insieme il suo regal corredo,
e via la meni alle sue case; e tutti
su le percosse vittime giurando
amistà, voi di Troia abiterete
l'alma terra securi, e quelli in Argo
faran ritorno e nell'Acaia in braccio
alle vaghe lor donne. - A questo dire
brillò di gioia Ettorre, ed elevando
l'asta brandita e procedendo in mezzo,
di sostarsi fe' cenno alle sue schiere.
Tutte fêr alto: ma gl'infesti Achei
a saettar si diero alla sua mira
e dardi e sassi, infin che forte alzando
la voce Agamennón: Cessate, ei grida,
cessate, Argivi; non vibrate, Achei,
ch'egli par che parlarne il bellicoso
Ettore brami. - Riverenti tutti
cessâr le offese, e si fur queti. Allora
fra questo campo e quello Ettor sì disse:
il bellicoso Macaon, ferendo
l'illustre duce all'omero diritto
con trisulca saetta. Di quel colpo
tremâr gli Achivi, e si scorâr, temendo
che, inclinata di Marte la fortuna,
non vi restasse il buon guerriero ucciso.
Onde a Nestore vòlto Idomenèo:
Eroe Nelìde, ei disse, alto splendore
degli Achivi, t'affretta, il carro ascendi
e Macaone vi raccogli, e ratto
sferza i cavalli al mar, salva quel prode,
ch'egli val molte vite, e non ha pari
nel cavar dardi dalle piaghe, e spargerle
di balsamiche stille. - A questo dire
montò l'antico cavaliero il cocchio
subitamente, vi raccolse il figlio
d'Esculapio divin medicatore,
sferzò i destrieri, e quei volaro al lido
volonterosi e dal desìo chiamati.
Vide in questa de' Teucri lo scompiglio
Cebrïon che d'Ettorre al fianco stava,
e rivolto a quel duce: Ettorre, ei disse,
noi di Dànai qui stiamo a far macello
nel corno estremo dell'orrenda mischia,
e gli altri Teucri intanto in fuga vanno
cavalli e battaglier cacciati e rotti
dal Telamònio Aiace: io ben lo scerno
all'ampio scudo che gli copre il petto.
Drizziamo il carro a quella volta, ch'ivi
più feroce de' fanti e cavalieri
è la zuffa, e più forti odo le grida.
Così dicendo, col flagel sonoro
i ben chiomati corridor percosse,
che sentita la sferza a tutto corso
fra i Troiani e gli Achei traean la biga,
cadaveri pestando ed elmi e scudi.
Era tutto di sangue orrido e lordo
l'asse di sotto e l'àmbito del cocchio,
cui l'ugna de' corsieri e la veloce
ruota spargean di larghi sprazzi. Anela
il teucro duce di sfondar la turba,
e spezzarla d'assalto. In un momento
gli Achivi sgominò, sempre coll'asta
fulminando; e scorrendo entro le file,
colla lancia, col brando e con enormi
macigni le rompea. Solo d'Aiace
evitava lo scontro. Ma l'Eterno
alto-sedente al cor d'Aiace incusse
tale un terror che attonito ristette,
e paventoso si gittò sul tergo
la settemplice pelle, e nel dar volta
come una fiera si guatava intorno
nel mezzo della turba, e tardi e lenti
alternando i ginocchi, all'inimico
ad or ad ora convertìa la fronte.
Come fulvo leon che dall'ovile
vien da' cani cacciato e da' pastori
che de' buoi gli frastornano la pingue
preda, la notte vigilando intera:
famelico di carne ei nondimeno
dritto si scaglia, e in van; ché dall'ardite
destre gli piove di saette un nembo
e di tizzi e di faci, onde il feroce
atterrito rifugge, e in sul mattino
mesto i campi traversa e si rinselva:
tale Aiace da' Teucri in suo cor tristo
e di mal grado assai si dipartìa
delle navi temendo. E quale intorno
ad un pigro somier, che nella messe
si ficcò, s'arrabattano i fanciulli
molte verghe rompendogli sul tergo,
ed ei pur segue a cimar l'alta biada,
né de' lor colpi cura la tempesta,
ché la forza è bambina, e appena il ponno
allontanar poiché satolla ha l'epa;
non altrimenti i Teucri e le coorti
collegate inseguìan senza riposo
il gran Telamonìde, e colle basse
lance nel mezzo gli ferìan lo scudo.
Ma memore l'eroe di sua virtude
or rivolta la faccia, e le falangi
respinge de' nemici, or lento i passi
move alla fuga: e sì potette ei solo
che di sboccarsi al mar tutti rattenne.
Ritto in mezzo ai Troiani ed agli Achivi
infurïava, e sostenea di strali
una gran selva sull'immenso scudo,
e molti a mezzo spazio e senza forza,
pria che il corpo gustar, perdeano il volo
desïosi di sangue. In questo stato
lo mirò d'Evemon l'inclito figlio
Euripilo, ed a lui, che sotto il nembo
degli strali languìa, fatto dappresso,
a vibrar cominciò l'asta lucente,
e il duce Apisaon, di Fausia figlio,
nell'epate percosse, e gli disciolse
de' ginocchi il vigor. Sovra il caduto
Euripilo avventossi, e le bell'armi
di dosso gli traea. Ma come il vide
Paride, il drudo di beltà divina,
Disse, e il gerenio cavalier rispose:
E donde avvien che de' feriti Achivi
sente Achille pietà? Né ancor sa quanta
pel campo s'innalzò nube di lutto.
Piagati altri da lungi, altri da presso
nelle navi languiscono i più prodi.
Di saetta ferito è Dïomede,
d'asta l'inclito Ulisse e Agamennóne,
Euripilo di strale nella coscia,
e di strale egli pur questo che vedi
da me condotto. Il prode Achille intanto
niuna si prende né pietà né cura
degl'infelici Achivi. Aspetta ei forse
che mal grado di noi la fiamma ostile
arda al lido le navi, e che noi tutti
l'un su l'altro cadiam trafitti e spenti?
Ahi che la possa mia non è più quella
ch'agili un tempo mi facea le membra!
Oh quel fior m'avess'io d'anni e di forza,
ch'io m'ebbi allor che per rapiti armenti
tra noi surse e gli Elèi fiera contesa!
Io predai con ardita rappresaglia
del nemico le mandre, e l'elïese
Ipirochìde Itimonèo distesi.
Combattea de' suoi tauri alla difesa
l'uom forte, e un dardo di mia mano uscito
lui tra' primi percosse, e al suo cadere
l'agreste torma si disperse in fuga.
Noi molta preda n'adducemmo e ricca:
di buoi cinquanta armenti, ed altrettante
di porcelli, d'agnelle e di caprette,
distinte mandre, e cento oltre cinquanta
fulve cavalle, tutte madri, e molte
col poledro alla poppa. Ecco la preda
che noi di notte ne menammo in Pilo.
Gioì Nelèo vedendo il giovinetto
figlio guerrier di tante spoglie opimo.
Venuto il giorno, la sonora voce
de' banditor chiamò tutti cui fosse
qualche compenso dagli Elèi dovuto.
Di Pilo i capi congregârsi, e grande
sendo il dovere degli Elèi, fu tutta
scompartita la preda, e rintegrate
l'antiche offese. Perciocché la forza
d'Ercole avendo desolata un giorno
la nostra terra, e i più prestanti uccisi,
e di dodici figli di Nelèo
prodi guerrier rimasto io solo in Pilo
con altri pochi oppressi, i baldanzo