gneti
dal bel Penèo mandati e dal frondoso
Pelio. Il seguìan quaranta navi. E questi
fur dell'achiva armata i capitani.
Dimmi or, Musa, chi fosse il più valente
di tanti duci e de' cavalli insieme
che gli Atridi seguîr. Prestanti assai
eran le ferezïadi puledre
ch'Eumèlo maneggiava, agili e ratte
come penna d'augello, ambe d'un pelo,
d'età pari e di dosso a dritto filo.
Il vibrator del curvo arco d'argento
Febo educolle ne' pïerii prati,
e portavan di Marte la paura
nelle battaglie. Degli eroi primiero
era l'Aiace Telamonio, mentre
perseverò nell'ira il grande Achille,
il più forte di tutti; e innanzi a tutti
ivan di pregio i corridor portanti
l'incomparabil Tessalo. Ma questi
nelle ricurve navi si giacea
inoperoso, e sempre spirante ira
contro l'Atride Agamennóne. Intanto
lunghesso il mare al disco, all'asta, all'arco
i suoi guerrieri si prendean diletto.
Ozïosi i cavalli appo i lor cocchi
pasceano l'apio paludoso e il loto,
e i cocchi si giacean coperti e muti
nelle tende dei duci, e i duci istessi,
del bellicoso eroe desiderosi,
givan pel campo vagabondi e inerti.
Movean le schiere intanto in vista eguali
a un mar di foco inondator, che tutta
divorasse la terra; ed alla pesta
de' trascorrenti piedi il suol s'udìa
rimbombar. Come quando il fulminante
irato Giove Inarime flagella
duro letto a Tifèo, siccome è grido;
così de' passi al suon gemea la terra.
Mentre il campo traversano veloci
gli Achei, col piè che i venti adegua, ai Teucri
Iri discese di feral novella
apportatrice, e la spedìa di Giove
un comando. Tenean questi consiglio
giovani e vecchi, congregati tutti
ne' regali vestiboli. Mischiossi
tra lor la Diva, di Polìte assunta
l'apparenza e la voce. Era Polìte
di Priamo un figlio che, del piè fidando
nella prestezza, stavasi de' Teucri
esploratore al monumento in cima
dell'antico Esïeta, e vi spïava
degli Achivi la mossa. In queste forme
trasse innanzi la Diva, e al re conversa,
Padre, disse, che fai? Sempre a te piace
il molto sermonar come ne' giorni
della pace; né pensi alla ruina
che ne sovrasta. Molte pugne io vidi,
ma tali e tante non vid'io giammai
ordinate falangi. Numerose
al pari delle foglie e dell'arene
procedono nel campo a dar battaglia
sotto Troia. Tu dunque primamente,
Ettore, ascolta un mio consiglio, e il poni
ad effetto. Nel sen di questa grande
città diversi di diverse lingue
abbiam guerrieri di soccorso. Ognuno
de' lor duci si ponga alla lor testa,
e tutti in punto di pugnar li metta.
Conobbe Ettorre della Dea la voce,
e di subito sciolse il parlamento.
Corresi all'armi, si spalancan tutte
le porte, e folti sboccano in tumulto
fanti e cavalli. Alla città rimpetto
e col favor di Pallade lo spensi:
forte eccelso campion che in molta arena
giaceami steso al piede. Oh mi fiorisse
or quell'etade e la mia forza intégra!
Per certo Ettorre troverìa qui tosto
chi gli risponda. E voi del campo acheo
i più forti, i più degni, ad incontrarlo
voi non andrete con allegro petto?
Tacque: e rizzârsi subitani in piedi
nove guerrieri. Si rizzò primiero
il re de' prodi Agamennón; rizzossi
dopo lui Dïomede, indi ambedue
gl'impetuosi Aiaci; indi, col fido
Merïon bellicoso, Idomenèo;
e poscia d'Evemon l'inclito figlio
Eurìpilo, e Toante Andremonìde,
e il saggio Ulisse finalmente. Ognuno
chiese il certame coll'eroe troiano.
Disse allora il buon veglio: Arbitra sia
della scelta la sorta, e sia l'eletto,
salvo tornando dall'ardente agone,
degli Achei la salute e di sé stesso.
Segna a quel detto ognun sua sorte: e dentro
l'elmo la gitta del maggior Atride.
La turba intanto supplicante ai numi
sollevava le palme; e con gli sguardi
fissi nel cielo udìasi dire: O Giove,
fa che la sorte il Telamònio Aiace
nomi, o il Tidìde, o di Micene il sire.
Così pregava; e il cavalier Nestorre
agitava le sorti: ed ecco uscirne
quella che tutti desïâr. La prese,
e a dritta e a manca ai prenci achivi in giro
la mostrava l'araldo, e nullo ancora
la conoscea per sua. Ma come, andando
dall'uno all'altro, il banditor pervenne
al Telamònio Aiace e gliela porse,
riconobbe l'eroe lieto il suo segno,
e gittatolo in mezzo, Amici, è mia,
gridò, la sorte, e ne gioisce il core,
che su l'illustre Ettòr spera la palma.
Voi, mentre l'arma io vesto, al sommo Giove
supplicate in silenzio, onde non sia
dai teucri orecchi il vostro prego udito;
o supplicate ad alta voce ancora,
se sì vi piace, ché nessuno io temo,
né guerriero v'avrà che mio malgrado
di me trionfi, né per fallo mio.
Sì rozzo in guerra non lasciommi, io spero,
la marzïal palestra in Salamina,
né il chiaro sangue di che nato io sono.
Disse; e gli Achivi alzâr gli sguardi al cielo,
e a Giove supplicâr con questi accenti:
Saturnio padre, che dall'Ida imperi
massimo, augusto! vincitor deh rendi
e glorioso Aiace; o se pur anco
t'è caro Ettorre e lo proteggi, almeno
forza ad entrambi e gloria ugual concedi.
Di splendid'armi frettoloso intanto
Aiace si vestiva: e poiché tutte
l'ebbe assunte dintorno alla persona,
concitato avvïossi, a camminava
quale incede il gran Marte allor che scende
tra fiere genti stimolate all'armi
dallo sdegno di Giove, e dall'insana
roditrice dell'alme émpia Contesa.
Tale si mosse degli Achei trinciera
lo smisurato Aiace, sorridendo
con terribile piglio, e misurava
a vasti passi il suol, l'asta crollando
che lunga sul terren l'ombra spandea.
Di letizia esultavano gli Achivi
a riguardarlo; ma per l'ossa ai Teucri
corse subito un gelo. Palpitonne
lo stesso Ettòr; ma né schivar per tema
il fier cimento, né tra' suoi ritrarsi
più non gli lice, ché fu sua la sfida.
E già gli è sopra Aiace coll'immenso
pavese che parea mobile torre;
opra di Tichio, d'Ila abitatore,
prestantissimo fabbro, che di sette
costruito l'avea ben salde e grosse
cuoia di tauro, e indóttavi di sopra
una falda d'acciar. Con questo al petto
enorme scudo il Telamònio eroe
féssi avanti al Troiano, e minaccioso
mosse queste parole: Ettore, or chiaro
saprai da solo a sol quai prodi ancora
rimangono agli Achei dopo il Pelìde
cuor di lïone e rompitor di schiere.
Irato coll'Atride egli alle navi
neghittoso si sta; ma noi siam tali,
che non temiamo lo tuo scontro, e molti.
Comincia or tu la pugna, e tira il primo.
Nobile prence Telamònio Aiace,
rispose Ettorre, a che mi tenti, e parli
come a imbelle fanciullo o femminetta
cui dell'armi il mestiero è pellegrino?
E anch'io trattar so il ferro e dar la morte,
e a dritta e a manca anch'io girar lo scudo,
Tal mandava dal capo e dalle spalle
divin foco l'eroe, quando la Diva
lo sospinse nel mezzo ove più densa
ferve la mischia. Era fra' Teucri un certo
Darete, uom ricco e d'onoranza degno,
di Vulcan sacerdote, e genitore
di due prodi figliuoi mastri di guerra
Fegèo nomati e Idèo. Precorsi agli altri
si fêr costoro incontro a Dïomede,
essi sul cocchio, ed ei pedone: e a fronte
divenuti così, scagliò primiero
la lung'asta Fegèo. L'asta al Tidìde
lambì l'omero manco, e non l'offese.
Col ferrato suo cerro allor secondo
mosse il Tidìde, né di mano indarno
il telo gli fuggì, ché tra le poppe
del nemico s'infisse, e dalla biga
lo spiombò. Diede Idèo, visto quel colpo,
un salto a terra, e in un col suo bel carro
smarrito abbandonò la pia difesa
dell'ucciso fratel. Né avrìa schivato
perciò la morte; ma Vulcan di nebbia
lo ricinse e servollo, onde non resti
il vecchio padre desolato al tutto.
Tolse i destrieri il vincitore, e trarli
da' compagni li fece alle sue navi.
Visti i due figli di Darete i Teucri
l'un freddo nella polve e l'altro in fuga,
turbârsi; e la glaucopide Minerva
preso per mano il fero Marte disse:
O Marte, Marte, esizïoso Iddio
che lordo ir godi d'uman sangue e al suolo
adeguar le città, non lasceremo
noi dunque battagliar soli tra loro
Teucri ed Achei, qualunque sia la parte
cui dar la palma vorrà Giove? Or via
ritiriamci, evitiam l'ira del nume.
In questo favellar trasse la scaltra
l'impetuoso Dio fuor del conflitto,
e su la riva riposar lo fece
dell'erboso Scamandro. Allora i Dànai
cacciâr li Teucri in fuga; e ognun de' duci
un fuggitivo uccise. Agamennóne
primier riversa il vasto Hodio dal carro,
degli Alizóni condottiero, e primo
al fuggir. Gli piantò l'asta nel tergo,
e fuor del petto uscir la fece. Ei cadde
romoroso, e suonâr l'armi sovr'esso.
Dalla glebosa Tarne era venuto
Festo figliuol del Mèone Boro. Il colse
Idomenèo coll'asta alla diritta
spalla nel punto che salìa sul carro.
Cadde il meschin d'orrenda notte avvolto,
e i servi lo spogliâr d'Idomenèo.
L'Atride Menelao di Strofio il figlio
Scamandrio uccise, cacciator famoso
cui la stessa Dïana ammaestrava
le fere a saettar quante ne pasce
montana selva. E nulla allor gli valse
la Diva amica degli strali, e nulla
l'arte dell'arco. Menelao lo giunse
mentre innanzi gli fugge, e tra le spalle
l'asta gli spinse, e trapassòglì il petto.
Boccon cadde il trafitto, e cupamente
l'armi sovr'esso rimbombar s'udiro.
Prole del fabbro Armònide, Fereclo
da Merïon fu spento. Era costui
per tutte guise di lavori industri
maraviglioso, e a Pallade Minerva
caramente diletto. Opra fur sua
di Paride le navi, onde principio
ebbe il danno de' Teucri, e di lui stesso,
perché i decreti degli Dei non seppe.
L'inseguì, lo raggiunse, lo percosse
nel destro clune Merïone, e sotto
l'osso vêr la vescica uscì la punta.
Gli mancâr le ginocchia, e guaiolando
e cadendo il coprì di morte il velo.
Mege uccise Pedèo, bastarda prole
d'Antènore, cui l'inclita Teano,
gratificando al suo consorte, avea
con molta cura nutricato al paro
dei diletti suoi figli. Si fe' sopra
a costui coll'acuta asta il Filìde
Mege, e alla nuca lo ferì. Trascorse
tra i denti il ferro, e gli tagliò la lingua.
Così concio egli cadde, e nella sabbia
fe' tenaglia co' denti al freddo acciaro.
Ipsènore, figliuol del generoso
Dolopïon, scamandrio sacerdote
riverito qual Dio, fugge davanti
al chiaro germe d'Evemone Eurìpilo.
Eurìpilo l'insegue, e via correndo
tal gli cala su l'omero un fendente
che il braccio gli recide. Sanguinoso
casca il mozzo lacerto nella polve,
e la purpurea morte e il violento
fato le luci gli abbuiâr. Di questi
tal nell'acerba pugna era il lavoro.
Ma di qual parte fosse Dïomede,
di raro pelo. Capital nemico
del Pelìde e d'Ulisse, ei li solea
morder rabbioso: e schiamazzando allora
colla stridula voce lacerava
anche il duce supremo Agamennóne,
sì che tutti di sdegno e di corruccio
fremean; ma il tristo ognor più forti alzava
le rampogne e gridava: E di che dunque
ti lagni, Atride? che ti manca? Hai pieni
di bronzo i padiglioni e di donzelle,
delle vinte città spoglie prescelte
e da noi date a te primiero. O forse
pur d'auro hai fame, e qualche Teucro aspetti
che d'Ilio uscito lo ti rechi al piede,
prezzo del figlio da me preso in guerra,
da me medesmo, o da qualch'altro Acheo?
O cerchi schiava giovinetta a cui
mescolarti in amore alla spartita?
Eh via, che a sommo imperador non lice
scandalo farsi de' minori. Oh vili,
oh infami, oh Achive, non Achei! Facciamo
vela una volta; e qui costui si lasci
qui lui solo a smaltir la sua ricchezza,
onde a prova conosca se l'aita
gli è buona o no delle nostr'armi. E dianzi
nol vedemmo pur noi questo superbo
ad Achille, a un guerrier che sì l'avanza
di fortezza, for onta? E dell'offeso
non si tien egli la rapita schiava?
Ma se d'Achille il cor di generosa
bile avvampasse, e un indolente vile
non si fosse egli pur, questo sarìa
stato l'estremo de' tuoi torti, Atride.
Così contra il supremo Agamennóne
impazzava Tersite. Gli fu sopra
repente il figlio di Laerte, e torvo
guatandolo gridò: Fine alle tue
faconde ingiurie, ciarlator Tersite.
E tu sendo il peggior di quanti a Troia
con gli Atridi passâr, tu audace e solo
non dar di cozzo ai re, né rimenarli
su quella lingua con villane aringhe,
né del ritorno t'impacciar, ché il fine
di queste cose al nostro sguardo è oscuro,
né sappiam se felice o sventurato
questo ritorno riuscir ne debba.
Ma di tue contumelie al sommo Atride
so ben io lo perché: donato il vedi
di molti doni dagli achivi eroi,
per ciò ti sbracci a maledirlo. Or io
cosa dirotti che vedrai compiuta.
Se com'oggi insanir più ti ritrovo,
caschimi il capo dalle spalle, e detto
di Telemaco il padre io più non sia,
mai più, se non t'afferro, e delle vesti
tutto nudo, da questo almo consesso
non ti caccio malconcio e piangoloso.
Sì dicendo, le terga gli percuote
con lo scettro e le spalle. Si contorce
e lagrima dirotto il manigoldo
dell'aureo scettro al tempestar, che tutta
gli fa la schiena rubiconda; ond'egli
di dolor macerato e di paura
s'assise, e obbliquo riguardando intorno
col dosso della man si terse il pianto.
Rallegrò quella vista i mesti Achivi,
e surse in mezzo alla tristezza il riso;
e fu chi vòlto al suo vicin dicea:
Molte in vero d'Ulisse opre vedemmo
eccellenti e di guerra e di consiglio,
ma questa volta fra gli Achei, per dio!
fe' la più bella delle belle imprese,
frenando l'abbaiar di questo cane
dileggiator. Che sì, che all'arrogante
passò la frega di dar morso ai regi!
Mentre questo dicean, levossi in piedi
e collo scettro di parlar fe' cenno
l'espugnatore di cittadi Ulisse.
In sembianza d'araldo accanto a lui
la fiera Diva dalle luci azzurre
silenzio a tutti impose, onde gli estremi
del par che i primi udirne le parole
potessero, ed in cor pesarne il senno.
Allora il saggio diè principio: Atride,
questi Achivi di te vonno far oggi
il più infamato de' mortali. Han posto
le promesse in obblìo fatte al partirsi
d'Argo alla volta d'Ilïon, giurando
di non tornarsi che Ilïon caduto.
Guardali: a guisa di fanciulli, a guisa
di vedovelle sospirar li senti,
e a vicenda plorar per lo desìo
di riveder le patrie mura. E in vero
tal qui si pate traversìa, che scusa
il desiderio de' paterni tetti.
Se a navigante da vernal procella
impedito e sbattuto in mar che freme,
pur di un mese è crudel la lontananza
dalla consorte, che pensar di noi
che già vedemmo del nono anno il giro
Lo scuoiâr, lo spaccâr, lo fêro in brani
acconciamente, e negli spiedi infisso
l'abbrustolâr con molta cura, e tolto
il tutto al foco, l'apprestâr sul desco,
e banchettando ne cibò ciascuno
a pien talento. Ma l'immenso tergo
del sacro bue donollo Agamennóne
d'onore in segno al vincitor guerriero.
Del cibarsi e del ber spento il desìo,
il buon veglio Nestorre, di cui sempre
ottimo uscìa l'avviso, in questo dire
svolse il suo senno: Atride e duci achei,
questo giorno fatal la vita estinse
di molti prodi, del cui sangue rossa
fe' l'aspro Marte la scamandria riva,
e all'Orco ne passâr l'ombre insepolte.
Al nuovo sole le nostr'armi adunque
si restino tranquille, e noi sul campo
convenendo, imporrem le salme esangui
su le carrette, e muli oprando e buoi,
qui ne faremo il pio trasporto, e al rogo
le darem lungi dalle navi alquanto,
onde al nostro tornar nel patrio suolo
le ceneri portarne ai mesti figli.
E dintorno alla pira una comune
tomba ergeremo, e di muraglia e d'alte
torri, a difesa delle navi e nostra,
con rapido lavor la cingeremo,
e salde vi apriremo e larghe porte
per l'egresso de' cocchi. Indi un'esterna
profonda fossa scaverem che tutta
circondi la muraglia, e de' cavalli
l'impeto affreni e de' pedon, se mai
de' Teucri irrompa l'orgoglioso ardire.
Disse, e tutti annuiro i prenci achei.
Di Prïamo alle soglie in questo mentre
su l'alta iliaca rocca i Teucri anch'essi
tenean confusa e trepida consulta.
Primo il saggio Antenòr sì prese a dire:
Dardanidi, Troiani, e voi venuti
in sussidio di Troia, i sensi udite
che il cor mi porge. Rendasi agli Atridi
con tutto il suo tesor l'argiva Elèna.
Vïolammo noi soli il giuramento,
e quindi inique le nostr'armi sono.
Se non si rende, non avrem che danno.
Così detto, s'assise. E surto in piedi
il bel marito della bella Argiva
così Pari rispose: Al cor m'è grave,
Antenore, il tuo detto, e so che porti
una miglior sentenza in tuo segreto.
Ché se parli davver, davvero i numi
ti han tolto il senno. Ma ben io qui schietti
i miei sensi aprirò. La donna io mai
non renderò, giammai. Quanto alle ricche
spoglie che d'Argo a queste rive addussi,
tutte render le voglio, ed altre ancora
aggiungeronne di mio proprio dritto.
Tacque, e sul seggio si raccolse. Allora
in sembianza d'un Dio levossi in mezzo
il Dardanide Prïamo, ed, Udite,
Teucri, ei disse, e alleati, il mio pensiero,
quale il cor lo significa. Pel campo
del consueto cibo si ristauri
ognuno, e attenda alla sua scolta, e vegli.
Col nuovo sole alle nemiche navi
Idèo sen vada, e ad ambedue gli Atridi
di Paride, cagion della contesa,
riferisca la mente, e una discreta
proposta aggiunga di cessar la guerra,
finché il rogo consunte abbia le morte
salme de' nostri, per pugnar di poi
finché la Parca ne spartisca, e agli uni
conceda o agli altri la vittoria intégra.
Tutti assentiro riverenti al detto:
indi pel campo procurâr le cene
in divisi drappelli. Il dì novello
alle navi s'avvìa l'araldo Idèo,
e raccolti ritrova a parlamento
i bellicosi Achei davanti all'alta
agamennònia poppa. Appresentossi
tosto il canoro banditore, e disse:
Atridi e duci achei, mi diè comando
Priamo e di Troia gli ottimati insieme
di sporvi, se vi fia grato l'udirla,
di Paride, cagion di questa guerra,
una proferta. Le ricchezze tutte
ch'ei d'Argo addusse (oh pria perito ei fosse!)
ei tutte le vi rende, ed altre ancora
di sua ragion n'aggiungerà. Ma quanto
alla gentil tua donna, o Menelao,
di questa ei niega il rendimento, e indarno
l'esortano i Troiani. E un'altra io reco
di lor proposta: Se quetar vi piaccia
della guerra il furor, finché de' morti
le care spoglie il foco abbia combuste,
per indi razzuffarci infin che piena
tra noi decida la vittoria il fato.
Disse, e tutti ammutîr. Sciolse il Tidìde
alfin la voce; e, Niun di Pari, ei grida,
gioverò di parole e di consiglio,
ché questo è officio de' provetti. Dêssi
lasciar dell'aste il tiro ai giovinetti
di me più destri e nel vigor securi.
Disse; e lieto l'Atride oltrepassando
venne al Petìde Menestèo, perito
di cocchi guidator, ritto nel mezzo
de' suoi prodi Cecròpii. Eragli accanto
lo scaltro Ulisse colle forti schiere
de' Cefaleni, che non anco udito
di guerra il grido avean, poiché le teucre
e l'argive falangi allora allora
cominciavan le mosse: e questi in posa
aspettavan che stuolo altro d'Achei
impeto fêsse ne' Troiani il primo,
e ingaggiasse battaglia. In quello stato
li sorprese l'Atride; e corruccioso
fe' dal labbro volar questa rampogna:
Petìde Menestèo, figlio non degno
d'un alunno di Giove, e tu d'inganni
astuto fabbro, a che tremanti state
gli altri aspettando, e separati? A voi
entrar conviensi nella mischia i primi,
perché primi io vi chiamo anche ai conviti
ch'ai primati imbandiscono gli Achei.
Ivi il saìme saporar vi giova
delle carni arrostite, e a piena gola
di soave lïeo cioncar le tazze.
Or vi giova esser gli ultimi, e vi fôra
grato il veder ben dieci squadre achee
innanzi a voi scagliarsi entro il conflitto.
Lo guatò bieco Ulisse, e gli rispose:
Qual detto, Atride, ti fuggì di bocca?
E come ardisci di chiamarne in guerra
neghittosi? Allorché contra i Troiani
daran principio al rio marte gli Achei,
vedrai, se il brami e te ne cal, vedrai
nelle dardanie file antesignane
di Telemaco il padre. Or cianci al vento.
Veduto il cruccio dell'eroe, sorrise
l'Atride, e dolce ripigliò: Divino
di Laerte figliuol, sagace Ulisse,
né sgridarti vogl'io, né comandarti
fuor di stagione, ch'io ben so che in petto
volgi pensieri generosi, e senti
ciò ch'io pur sento. Or vanne, e pugna; e s'ora
dal labbro mi fuggì cosa mal detta,
ripareremla in altro tempo. Intanto
ne disperdano i numi ogni ricordo.
Ciò detto, gli abbandona, e ad altri ei passa;
e ritto in piedi sul lucente cocchio
il magnanimo figlio di Tidèo
Diomede ritrova. Al fianco ha Stènelo,
prole di Capanèo. Si volse il sire
Agamennóne a Diomede, e ratto
con questi accenti rampognollo: Ahi figlio
del bellicoso cavalier Tidèo,
di che paventi? Perché guardi intorno
le scampe della pugna? Ah! non solea
così Tidèo tremar; ma precorrendo
d'assai gli amici, co' nemici ei primo
s'azzuffava. Ciascun che ne' guerrieri
travagli il vide, lo racconta. In vero
né compagno io gli fui né testimone,
ma udii che ogni altro di valore ei vinse.
Ben coll'illustre Polinice un tempo
senz'armati in Micene ospite ei venne,
onde far gente che alle sacre mura
li seguisse di Tebe, a cui già mossa
avean la guerra; e ne fêr ressa e preghi
per ottenerne generosi aiuti;
e volevam noi darli, e la domanda
tutta appagar; ma con infausti segni
Giove da tanto ne distolse. Or come
gli eroi si fûro dipartiti e giunti
dopo molto cammino al verdeggiante
giuncoso Asopo, ambasciatore a Tebe
spedîr Tidèo gli Achivi. Andovvi, e molti
banchettanti Cadmei trovò del forte
Eteòcle alle mense. In mezzo a loro,
quantunque estrano e solo, il cavaliero
senza punto temer tutti sfidolli
al paragon dell'armi, e tutti ei vinse,
col favor di Minerva. Irati i vinti
di cinquanta guerrieri, al suo ritorno,
gli posero un agguato. Eran lor duci
l'Emonide Meone, uom d'almo aspetto,
e d'Autofano il figlio Licofonte,
intrepido campion. Tidèo gli uccise
tutti, ed un solo per voler de' numi,
il sol Meone rimandonne a Tebe.
Tal fu l'etòlo eroe, padre di prole
miglior di lingua, ma minor di fatti.
Non rispose all'acerbo il valoroso
Tidìde, e rispettò del venerando
rege il rabbuffo; ma rispose il figlio
del chiaro Capanèo, dicendo: Atride,
non mentir quando t'è palese il vero.
Migliori assai de' nostri padri a dritto
noi ci vantiam. Noi Tebe e le sue sette
Polibo, io dico, ed il preclaro Agènore,
ed Acamante, giovinetto a cui
di celeste beltà fiorìa la guancia.
Maestoso fra tutti Ettor si volve
coll'egual d'ogni parte ampio pavese.
E qual di Sirio la funesta stella
or senza vel fiammeggia ed or rientra
nel buio delle nubi, a tal sembianza
or nelle prime file or nell'estreme
Ettore comparìa dando per tutto
provvidenza e comandi, e tutta d'arme
rilucea la persona, e folgorava
come il baleno dell'Egìoco Giove.
Qual di ricco padron nel campo vanno
i mietitori con opposte fronti
falciando l'orzo od il frumento; in lunga
serie recise cadono le bionde
figlie de' solchi, e in un momento ingombra
di manipoli tutta è la campagna;
così Teucri ed Achei gli uni su gli altri
irruendo si mietono col ferro
in mutua strage. Immemore ciascuno
di vil fuga, e guerrier contra guerriero
pugnan tutti del pari, e si van contra
coll'impeto de' lupi. A riguardarli
sta la Discordia, e della strage esulta
a cui sola de' numi era presente.
Sedeansi gli altri taciturni in cielo
in sua magion ciascuno, edificata
su gli ardui gioghi del sereno Olimpo.
Ivi ognuno in suo cor fremea di sdegno
contro l'alto de' nembi addensatore,
che dar vittoria a' Troi volea; ma nullo
pensier si prende di quell'ira il padre
che in sua gloria esultante e tutto solo
in disparte sedea, Troia mirando
e l'achee navi, e il folgorar dell'armi,
e il ferire e il morir de' combattenti.
Finché il mattin processe, e crebbe il sacro
raggio del giorno, d'ambe parti eguale
si mantenne la strage. Ma nell'ora
che in montana foresta il legnaiuolo
pon mano al parco desinar, sentendo
dall'assiduo tagliar cerri ed abeti
stanche le braccia e fastidito il core,
e dolce per la mente e per le membra
serpe del cibo il natural desìo,
prevalse la virtù de' forti Argivi,
che animando lor file e compagnie
sbaragliâr le nemiche. Agamennóne
saltò primier nel mezzo, e Bïanorre,
pastor di genti, uccise, indi Oilèo,
suo compagno ed auriga. Era dal carro
costui sceso d'un salto, e gli venìa
dirittamente contro. A mezza fronte
coll'acuta asta lo colpì l'Atride.
Non resse al colpo la celata; il ferro
penetrò l'elmo e l'osso, e tutto interna-
mente di sangue gli allagò il cerèbro.
Così l'audace assalitor fu domo.
Rapì d'ambo le spoglie Agamennóne,
e nudi il petto li lasciò supini.
Andò poscia diretto ad assalire
due di Priamo figliuoli, Iso ed Antifo,
l'un frutto d'Imeneo, l'altro d'Amore.
Venìano entrambi sul medesmo cocchio
i fratelli: reggeva Iso i destrieri,
Antifo combattea. Sul balzo d'Ida
aveali un giorno sopraggiunti Achille,
mentre pascean le gregge, e di pieghevoli
vermene avvinti, e poi disciolti a prezzo.
Ed or l'Atride Agamennón coll'asta
spalanca ad Iso tra le mamme il petto,
fiede di brando Antifo nella tempia,
e lo spiomba dal cocchio. Immantinente
delle bell'armi li dispoglia entrambi,
che ben li conoscea dal dì che Achille
dai boschi d'Ida prigionier li trasse
seco alle navi, ed ei notonne i volti.
Come quando un lïon nel covo entrato
d'agil cerva, ne sbrana agevolmente
i pargoli portati, e li maciulla
co' forti denti mormorando e sperde
l'anime tenerelle; la vicina
misera madre, non che dar soccorso,
compresa di terror fugge veloce
per le dense boscaglie, e trafelando
suda al pensier della possente belva:
così nullo de' Troi poteo da morte
salvar que' due: ma tutti anzi le spalle
conversero agli Achivi. Assalse ei dopo
Ippòloco e Pisandro, ambo figliuoli
del bellicoso Antìmaco, di quello
che da Paride compro per molt'oro
e ricchi doni, d'Elena impedìa
il rimando al marito. I figli adunque
di costui colse al varco Agamennóne
sovra un medesmo carro ambo volanti,
e turbati e smarriti; ché pel campo
sfrenaronsi i destrieri, e dalla mano
tornâr contente alla magion del padre
Giuno Argiva e Minerva Alalcomènia.

Libro Sesto
Soli senz'alcun Dio Teucri ed Achei
così restaro a battagliar. Più volte
tra il Simoenta e il Xanto impetuosi
si assaliro; più volte or da quel lato
ed or da questo con incerte penne
la Vittoria volò. Ruppe di Troi
primo una squadra il Telamonio Aiace,
presidio degli Achivi, e il primo raggio
portò di speme a' suoi, ferendo un Trace
fortissimo guerriero e di gran mole,
Acamante d'Eussòro. Il colse in fronte
nel cono dell'elmetto irto d'equine
chiome, e nell'osso gli piantò la punta
sì che i lumi gli chiuse il buio eterno.
Tolse la vita al Teutranìde Assilo
il marzio Dïomede. Era d'Arisbe
bella contrada Assilo abitatore,
uom di molta ricchezza, a tutti amico,
ché tutti in sua magion, posta lunghesso
la via frequente, ricevea cortese.
Ma degli ospiti ahi! niuno accorse allora,
niun da morte il campò. Solo il suo fido
servo Calesio, che reggeagli il cocchio,
morto ei pur dal Tidìde, al fianco cadde
del suo signore, e con lui scese a Pluto.
Eurìalo abbatte Ofelzio e Dreso; e poscia
Esepo assalta e Pedaso gemelli,
che al buon Bucolïone un dì produsse
la Naiade gentile Abarbarèa.
Bucolïon del re Laomedonte
primogenito figlio, ma di nozze
furtive acquisto, conducea la greggia
quando alla ninfa in amoroso amplesso
mischiossi, e di costor madre la feo.
Ma quivi tolse ad ambedue la vita
e la bella persona e l'armi il figlio
di Mecistèo. Fur morti a un tempo istesso
Astïalo dal forte Polipete;
il percosso Pidìte dall'acuta
asta d'Ulisse; Aretaon da Teucro.
D'Antiloco la lancia Ablero atterra,
Èlato quella del maggiore Atride,
Èlato che sua stanza avea nell'alta
Pedaso in riva dell'ameno fiume
Satnioente. Euripilo prostese
Melanzio; e l'asta dell'eroe Leìto
il fuggitivo Fìlaco trafisse.
Ma l'Atride minor, strenuo guerriero,
vivo Adrasto pigliò. Repente ombrando
li costui corridori, e via pel campo
paventosi fuggendo in un tenace
cespo implicârsi di mirica, e quivi
al piede del timon spezzato il carro
volâr con altri spaventati in fuga
verso le mura. Prono nella polve
sdrucciolò dalla biga appo la ruota
quell'infelice. Colla lunga lancia
Menelao gli fu sopra; e Adrasto a lui
abbracciando i ginocchi e supplicando:
Pigliami vivo, Atride; e largo prezzo
del mio riscatto avrai. Figlio son io
di ricco padre, e gran conserva ei tiene
d'auro, di rame e di foggiato ferro.
Di questi largiratti il padre mio
molti doni, se vivo egli mi sappia
nelle argoliche navi. - A questo prego
già dell'Atride il cor si raddolcìa,
già fidavalo al servo, onde alle navi
l'adducesse; quand'ecco Agamennòne
che a lui ne corre minaccioso e grida:
Debole Menelao! e qual ti prende
de' Troiani pietà? Certo per loro
la tua casa è felice! Or su; nessuno
de' perfidi risparmi il nostro ferro,
né pur l'infante nel materno seno:
perano tutti in un con Ilio, tutti
senza onor di sepolcro e senza nome.
Cangiò di Menelao la mente il fiero
ma non torto parlar, sì ch'ei respinse
da sé con mano il supplicante, e lui
ferì tosto nel fianco Agamennòne,
e supino lo stese. Indi col piede
calcato il petto ne ritrasse il telo.
Nestore intanto in altra parte accende
l'acheo valor, gridando: Amici eroi,
Dànai di Marte alunni, alcun non sia
ch'ora badi alle spoglie, e per tornarne
carco alle navi si rimanga indietro.
Non badiam che ad uccidere, e gli uccisi
poi nel campo a bell'agio ispoglieremo.
Fatti animosi a questo dir gli Achei
piombâr su i Teucri, che scorati e domi
di nuovo in Ilio si sarìan racchiusi,
se il prestante indovino Eleno, figlio
del re troiano, non volgea per tempo
ad Ettore e ad Enea queste parole:
i fiocchi della neve, allorché Giove
versa incessante, addormentati i venti,
i suoi candidi nembi, e l'alte cime
delle montagne inalba e i campi erbosi,
e i pingui seminati e i porti e i lidi:
l'onda sola del mar non soffre il velo
delle fioccanti falde onde il celeste
nembo ricopre delle cose il volto;
tale allor densa di volanti sassi
la tempesta piovea quinci da' Teucri
scagliata e quindi dagli Achivi; e immenso
sorgea rumor per tutto il lungo muro.
Ma né i Troiani né l'illustre Ettorre
n'avrìan le porte spezzato e le sbarre,
se alfin contro gli Achei non incitava
Giove l'ardir del figlio Sarpedonte,
quale in mandra di buoi fiero lïone.
Imbracciossi l'eroe subitamente
il bel rotondo scudo, ricoperto
di ben condotto sottil bronzo, e dentro
v'avea l'industre artefice cucito
cuoi taurini a più doppi, e orlato intorno
d'aurea verga perenne il cerchio intero.
Con questo innanzi al petto, e nella destra
due lanciotti vibrando, incamminossi
qual montano lïon che, stimolato
da lunga fame e dal gran cor, l'assalto
tenta di pieno ben munito ovile;
e quantunque da' cani e da' pastori
tutti sull'armi custodito il trovi,
senza prova non soffre esser respinto
dal pecorile, ma vi salta in mezzo
e vi fa preda, o da veloce telo
di man pronta riceve aspra ferita:
tale il divino Sarpedon dal forte
suo cor quel muro ad assalir fu spinto
e a spezzarne i ripari. E volto a Glauco
d'Ippoloco figliuol, Glauco, gli disse,
perché siam noi di seggio, e di vivande
e di ricolme tazze innanzi a tutti
nella Licia onorati ed ammirati
pur come numi? Ond'è che lungo il Xanto
una gran terra possediam d'ameno
sito, e di biade fertili e di viti?
Certo acciocché primieri andiam tra' Licii
nelle calde battaglie, onde alcun d'essi
gridar s'intenda: Glorïosi e degni
son del comando i nostri re: squisita
è lor vivanda, e dolce ambrosia il vino,
ma grande il core, e nella pugna i primi.
Se il fuggir dal conflitto, o caro amico,
ne partorisse eterna giovinezza,
non io certo vorrei primo di Marte
i perigli affrontar, ned invitarti
a cercar gloria ne' guerrieri affanni.
Ma mille essendo del morir le vie,
né scansar nullo le potendo, andiamo:
noi darem gloria ad altri, od altri a noi.
Disse, né Glauco si ritrasse indietro,
né ritroso il seguì. Con molta mano
dunque di Licii s'avviâr. Li vide
rovinosi e diritti alla sua torre
affilarsi il Petìde Menestèo,
e sgomentossi. Girò gli occhi intorno
fra gli Achivi spïando un qualche duce
che lui soccorra e i suoi compagni insieme.
Scorge gli Aiaci che indefessi e fermi
sostenean la battaglia, e avean dappresso
Teucro pur dianzi della tenda uscito.
Ma non potea far loro a verun modo
le sue grida sentir, tanto è il fragore
di che l'aria rimbomba alle percosse
degli scudi, degli elmi e delle porte
tutte a un tempo assalite, onde spezzarle
e spalancarle. Immantinente ei dunque
manda ad Aiace il banditor Toota,
e, Va, gli dice, illustre araldo, vola,
chiama gli Aiaci, chiamali ambedue,
ché questo è il meglio in sì grand'uopo. Un'alta
strage qui veggo già imminente. I duci
del licio stuol con tutta la lor possa
qua piombano, e mostrâr già in altro incontro
ch'elli son nelle zuffe impetuosi.
S'ambo gli eroi ch'io chiedo, in gran travaglio
si trovano di guerra, almen ne vegna
il forte Aiace Telamònio, e il segua
Teucro coll'arco di ferir maestro.
Corse l'araldo obbediente, e ratto
per la lunga muraglia traversando
le file degli Achei, giunse agli Aiaci,
e con preste parole, Aiaci, ei disse,
incliti duci degli Argivi, il caro
nobile figlio di Petèo vi prega
d'accorrere veloci, ed aitarlo
alcun poco nel rischio in che si trova.
Prègavi entrambi per lo meglio. Un'alta
strage gli è sopra: perocché di tutta
forza si vanno a rovesciar sovr'esso
i licii capitani, e di costoro
l'impeto è noto nel pugnar. Se voi
lungo il fiume a dormir. Stringean frattanto
d'assedio la cittade i forti Elèi
d'espugnarla bramosi. Ma di Marte
ebber tosto davanti una grand'opra.
Brillò sul volto della terra il sole,
e noi Minerva supplicando e Giove
appiccammo la zuffa. Aspro fu il cozzo
delle due genti, ed io primiero uccisi
(e i corsieri gli tolsi) il bellicoso
Mulio, gener d'Augìa, del quale in moglie
la maggior figlia possedea, la bionda
Agamède, cui nota era, di quante
l'almo sen della terra erbe produce,
la medica virtù. Questo io trafissi
coll'asta, e lo distesi, e, dell'ucciso
salito il cocchio, mi cacciai tra' primi.
Visto il duce cader de' cavalieri
che gli altri tutti di valor vincea,
si sgomentaro i generosi Elèi,
e fuggîr d'ogni parte. Io come turbo
mi serrai loro addosso, e di cinquanta
carri fei preda, e intorno a ciascheduno
mordean la polve dal mio ferro ancisi
due combattenti. E messi a morte avrei
gli Attòridi pur anco, i due medesmi
Molïoni, se fuor della battaglia
non li traea, coprendoli di nebbia,
il gran rege Nettunno. Al nostro ardire
alta vittoria allor Giove concesse.
Perocché per lo campo, tutto sparso
di scudi e di cadaveri, tant'oltre
gl'inseguimmo uccidendo, e raccogliendo
le bell'armi nemiche, che spingemmo
fino ai buprasii solchi i corridori,
fin all'olenio sasso, ed alla riva
d'Alèsio, al luogo che Calon si noma.
Qui fêr alto per cenno di Minerva
i vincitori, e qui l'estremo io spensi.
Da Buprasio frattanto i nostri prodi
riconduceano a Pilo i polverosi
carri, e dar laude si sentìa da tutti
a Giove in cielo, ed a Nestorre in terra.
Tal nelle pugne apparve il valor mio.
Ma del valor d'Achille il solo Achille
godrassi, e quando consumati ahi! tutti
vedrà gli Achivi, piangerà, ma indarno.
Caro Patròclo, nel pensier richiama
di Menèzio i precetti, onde il buon veglio
t'accompagnava il giorno che da Ftia
ti spediva all'Atride Agamennóne.
Fummo presenti, e gli ascoltammo interi
il divo Ulisse ed io Nestorre, entrambi
al regal tetto di Pelèo venuti
a far eletta di guerrieri achei.
Ivi l'eroe Menèzio e te vedemmo
d'Achille al fianco. Il cavalier Pelèo,
venerando vegliardo, entro il cortile
al fulminante Giove ardea le pingui
cosce d'un tauro, e sull'ardenti fibre
negro vino da nappo aureo versava.
Voi vi stavate preparando entrambi
le sacre carni, e noi giungemmo in quella
sul limitar. Stupì, levossi Achille,
per man ne prese, e n'introdusse, in seggio
ne collocò, ne pose innanzi i doni
che il santo dritto dell'ospizio chiede.
Ristorati di cibo e di bevanda,
io parlai primamente, e v'esortava
l'uno e l'altro a seguirne; e il bramavate
voi fortemente. E quai de' due canuti
fûro allora i conforti? Al figlio Achille
raccomandò Pelèo l'oprar mai sempre
da prode, e a tutti di valor star sopra.
Ma volto a te l'Attòride Menèzio,
Figlio, il vecchio dicea, ti vince Achille
di sangue, e tu lui d'anni; egli di forza,
tu di consiglio. Con prudenti avvisi
dunque il governa e l'ammonisci, e all'uopo
t'obbedirà. Tal era il suo precetto;
tu l'obblïasti. Or via, l'adempi adesso,
parla all'amico bellicoso, e tenta
süaderlo. Chi sa? Qualche buon Dio
animerà le tue parole, e l'alma
toccherà di quel fiero. Al cor va sempre
l'ammonimento d'un diletto amico.
Ché s'ei paventa in suo segreto un qualche
vaticinio, se alcuno a lui da Giove
la madre ne recò, te mandi almeno
co' Mirmidóni a confortar gli 